Radio Roma Sound 90 fm

Nel film “The Prestige”, l’Alfred Borden di Christian Bale recita “Non è importante il prestigio in sé, quanto il trucco che si nasconde dietro”. Ecco, Cosa Nostra è riuscita in un numero di magia degno del capolavoro di Christopher Nolan.

Se esiste davvero un personaggio che ha provato a contrastare questa magia, raccontando quegli anni e quelle persone, quei criminali è Peppino Impastato. Giornalista, radiofonista e militante siciliano che nonostante la partecipazione del padre alla cosca di Tano Badalamenti ha raccontato la Mafia dalla sua Radio Aut di Cinisi.

Al tempo, il suo ritrovamento venne eclissato dal ben più frastornante, per la cronaca nazionale, di Aldo Moro. Peppino, però, divenne un’icona pop a tutti gli effetti, valicando il proprio territorio oltre all’offensiva ipotesi di suicidio inizialmente sostenuta dagli inquirenti.

Peppino e il suo racconto radiofonico satirico di Cosa Nostra costatogli la vita, ci permette di svolgere alcune considerazioni rispetto l’importanza di una sana narrazione da costruire intorno a quei fatti, introno a quegli anni. Una narrazione da contrapporre al prestigio narrativo messo in campo proprio dal crimine organizzato.

Il Prestigio

Un prestigio, appunto, composto dalle stesse tre parti incardinate dall’autore inglese: ” La prima si chiama “presentazione”: il mago mostra qualcosa di ordinario che naturalmente non lo è. La seconda si chiama “colpo di scena”: il mago trasforma quello di ordinario in qualcosa di straordinario. Non cercare di scoprire il segreto perché non ci riuscirai. Per questo esiste una terza parte chiamata “prestigio” dove succede l’inaspettato, dove vedi qualcosa che non hai mai visto prima”.

No, il riferimento non è ai chili di tritolo con cui sono stati imbottiti i piloni dell’autostrada all’altezza dell’uscita per Capaci, senza che nessuno vedesse nulla. No, nemmeno alle lupare bianche, i desaparecidos siciliani. No, neanche alle autostrade tortuose che di curva, in curva, in curva, in curva attraversano impietose le pianure dell’entroterra siciliano così da allungare la durata dei lavori e degli appalti.

Il vero prestigio è stato passare da “la mafia non esiste” a “ormai la mafia non esiste più”. Esatto. Non avete anche voi la sensazione di esservi persi qualcosa? Esattamente come durante lo spettacolo di un prestigiatore, ci siamo persi il momento del trucco. Eppure, stavamo tutti guardando… Giusto?

Proviamo a smontare la performance, comportiamoci da professionisti e approcciamo l’analisi proprio come faremmo con il lavoro di un illusionista. Scandagliamo tutti i passaggi, come farebbe un rivale seduto tra la folle sbigottita ed eccitata.

Facciamo un passo indietro, ripartiamo dalle tre fasi del “prestigio”:

La Promessa: Presentare l’Ordinario

IL BAGNO DI SICILIA, la vera normalità dell'isola

Il mago presenta qualcosa di ordinario. Cosa c’è stato di più ordinario se non la frase “la mafia non esiste”? Oggi, comprensibilmente, una frase del genere sembra idiota, nella più latina delle accezioni chiaramente, solo da pensare. Per lunghe decadi aride di dibattito, però, così non è stato. Non bisogna dimenticare lo sforzo titanico compiuto da giuristi, giornalisti, sindacalisti, insegnanti, poliziotti, carabinieri, finanzieri, commercianti e semplici padri di famiglia detestati già solo per credere alla mitologica “Mafia” che tutto controllava e tutto inghiottiva. Una piovra, proprio come il titolo del fortunatissimo e coraggiosissimo sceneggiato RAI che per primo affrontava il tema.

Basti pensare che nella celebre puntata di “Samarcanda” e del “Maurizio Costanzo show” condotta a reti unificate Michele Santoro e dallo scomparso Maurizio Costanza, tra il pubblico compariva Totò Cuffaro. Al tempo, il giovane segretario della Democrazia Cristiana proferì un sibilante “j’accuse” nei confronti del giudice Giovanni Flacone, a suo dire colpevole proprio di infangare il buon nome della Sicilia con le sue indagini. Uno dei due è diventato Presidente di Regione, l’altro ha fatto un volo di 64 metri insieme alla sua auto blindata, sua moglie, la sua scorta. Il presidente di regione, per dovere di trattazione, è stato anche condannato per mafia, ma non diventiamo noiosi.

Quindi, “il mago presenta qualcosa di ordinario”, fatto.

Il Colpo di Scena: Trasformare l’Ordinario in Straordinario

La “conduzione” corleonese di Cosa Nostra rappresentò un vero e proprio terremoto all’interno dell’organizzazione e della terrorizzata opinione pubblica. Di conseguenza, l’unicità dello sforzo combattuto dalle istituzioni contro questo preciso fenomeno criminale, non solo non ha precedenti all’interno della storia italiana, ha ben pochi paragoni anche nella storia criminale del pianeta Terra. Sensazionalismo e perverso orgoglio patriottico? Direi di no, i numeri che poteva vantare Salvatore Riina al picco della sua guerra allo Stato sono quelli di un vero e proprio esercito: potenza di fuoco, uomini, generali, logistica e intelligence. C’era tutto. Una forza paramilitare a cui aggiungere le famiglie carnali dei membri, nella stragrande maggior parte dei casi, in grado di coadiuvare l’attività criminale gestendo infrastrutture, comunicazioni, depositi e spostamenti sul territorio.

Tutto questo potere, questa potenza e questa violenza inferta a nemici interni ed esterni, trasformarono Cosa Nostra in un mostro straordinario, nuovo e terribile anche per gli affiliati stessi. Una metamorfosi che mentre con una mano permetteva alla mafia siciliana di consacrarsi alle cronache come tra le espressioni criminali più terribili e scellerate, dall’altra ne minò irreparabilmente la stabilità. L’ordinarietà, se di “ordinarietà” è possibile e permesso parlare in questo contesto, composta da omertà e sparizioni, sporadici atti eclatanti, eroina importata dall’oriente e raffinata per inviarla in America, equilibri tra famiglie e appalti pubblici truccati si vide messa a raschio da un’inedita e insaziabile sete di sangue.

Il Prestigio: Riportare lo Straordinario all’Ordinario

Il Maxi processo di Palermo

Ad un certo punto, però, tutto tacque. Proprio come dopo la detonazione di un ordigno vicino, inizialmente tutto quel rumore si trasformò in un sibilante fischio alle orecchie per poi, con il tempo, lasciare spazio ad un ben più assordante silenzio. Adesso, senza guardare nell’abisso della trattativa Stato- Mafia (e non perché manchi la voglia o il tempo ma perché per sua natura il tema merita un approfondimento serio, chirurgico, severo e assestante) qualcosa è accaduto. La repentina, anche se meno di quanto si racconti, riduzione delle ostilità da guerra civile fece tanto rumore quanto il tritolo dei mesi precedenti.

Quello a cui abbiamo assistito ad inizio degli anni ’90, è stato il più grande prestigio di Cosa Nostra. Una manovra teatrale d’inganno e mistificazione. “La Mafia” è passata da “non esistere” a “esistere più”. Notevole. Il senso di colpa dell’opinione pubblica, il peso di quella proverbiale polvere sotto il tappeto accumulata dal dopo guerra, forse, è stato troppo. Le grandi stragi che culminarono con gli omicidi eccellenti di Falcone e Borsellino non garantivano più il “beneficio del dubbio” a quelle forze politiche, criminali e civili che per cinquant’anni avevano, come Penelope, tessuto e scucito la tela del dubbio. Dovevano pronunciarsi, prendendo le distanze dall’apocalisse di inizio anni ‘90 e dovevano farlo in fretta.

Come chiedere scusa ad una regione intera per averla lasciata sola, agnello sacrificale per tenere buono quel mostro che aveva aiutato gli alleati a risalire velocemente la penisola? Come prendere le distanze da vere e proprie truppe irregolari che erano arrivate a bussare alle porte delle istituzioni? Semplice, era giunto il momento di “andare avanti”. Sia chiaro, sarebbe troppo facile, troppo comodo scaricare ogni tipo di responsabilità verso l’altro. Non sarebbe una vera espiazione se non ci si prendesse la responsabilità delle proprie azioni o omissioni. Gli adulti funzionano così.

Questo “andare avanti” fu accolto nel sollievo generale, era la carta “esci gratis di prigione” del Monopoli consegnata ad una popolazione stanca e terrorizzata. Ne avrebbero approfittato tutti. Soprattutto, la grande narrazione cinematografica nostrana che per più di un decennio si è trincerata dietro goffi tentati di rappresentazione agiografica dei due giudici, nella maggior parte priva di arte o cuore. Il timore reverenziale, forse il senso di colpa condiviso, per la sorte di Falcone e Borsellino non ha mai permesso, paradossalmente, che la conversazione sul tema raggiungesse la profondità necessaria per spiegare un fenomeno radicato, triste che con il cancro condivide una sintomaticità prevalentemente nascosta, che si manifesta solo quando è troppo tardi. Quando giunge il momento di far piangere famiglie intere.

L’importanza di una sana narrazione

Peppino Impastato è l'icona che la Sicilia merita e di cui ha bisogno

Iniziamo a parlare per bene di Cosa Nostra e facciamolo aiutati da racconti di qualità di un pezzo di storia che, non solo non deve essere dimenticato, ma raccontato e raccontato bene senza pressapochismi, senza autoindulgenza e, anche, con arte.

Proviamo a farlo come lo ha fatto Peppino, trovando il nostro ritmo e il nostro stile ma senza ritenere quella partita chiusa o persa.

L’evoluzione della mafia siciliana e le sue implicazioni storiche e sociali sono state trasformate in un tema centrale della narrativa contemporanea. La metamorfosi della Cosa Nostra da entità oscura a protagonista pubblico è stata una delle trasformazioni più significative del panorama criminale italiano. La narrazione di questo processo richiede un approccio critico e accurato, libero da semplificazioni e stereotipi, per comprendere appieno le sfide e le conseguenze di questo capitolo della storia italiana.

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