100 anni di Fidel: la fine del sogno cubano, qualsiasi fosse

Alessio Briguglio
Accade oggi
13/08/2026

Fidel Castro compie cent'anni, anche se è morto da quasi un decennio. È uno di quei paradossi che appartengono soltanto ai personaggi capaci di diventare simbolo, ideologia e di conseguenza una contraddizione storica. Il 13 agosto 1926 nasceva a Birán, nell'Oriente cubano, l'uomo che avrebbe trasformato l'isola caraibica in uno degli scenari più riconoscibili e controversi della Guerra fredda. Morì all'Avana il 25 novembre 2016, dopo aver guidato Cuba per quasi mezzo secolo. Primo ministro dal 1959 al 1976 e poi presidente fino al 2008.


Raccontare Castro soltanto come un dittatore sarebbe storicamente insufficiente; raccontarlo come un liberatore sarebbe altrettanto incompleto. La sua rivoluzione rovesciò nel 1959 il regime di Fulgencio Batista e costruì uno Stato socialista a partito unico. Il castrismo produsse risultati importanti nell'istruzione e nella sanità e fece di Cuba un protagonista dell'internazionalismo del Sud globale. Ma quello stesso sistema impose controllo politico, limitazioni delle libertà e repressione del dissenso.


Cuba non avrebbe mai potuto competere con gli Stati Uniti per dimensioni economiche, militari o demografiche. Castro comprese, però, che poteva trasformare la propria posizione geografica in potere politico. A poche decine di miglia dalle coste americane, l'isola diventò il punto d'appoggio sovietico nell'emisfero occidentale e, soprattutto, un simbolo globale della possibilità di sfidare Washington. La crisi dei missili del 1962 rese plastica questa centralità, perchè per tredici giorni il mondo visse con la prospettiva concreta di una guerra nucleare. Ma il ruolo cubano non si esaurì nel rapporto con Mosca.


L'Avana sostenne movimenti rivoluzionari in America Latina e Africa, inviò militari in Angola e partecipò alla costruzione di una rete politica internazionale che superava enormemente il peso materiale dell'isola. Castro arrivò inoltre a guidare il Movimento dei Paesi non allineati tra il 1979 e il 1983. Cuba, nel Novecento, era piccola ma non marginale. Una potenza simbolica, forse, che poteva essere amata, odiata, imitata, combattuta contemporaneamente.


La Cuba contemporanea, a prescindere da come e cosa si voti, sembra lontanissima da quella straordinaria centralità. L'isola attraversa una crisi economica ed energetica profondissima, con blackout che in alcune aree arrivano a durare oltre venti ore al giorno, carenze di carburante e medicinali e una forte contrazione di settori fondamentali come turismo e industria. L'Institute for Security Studies ha rilevato inoltre che le esportazioni cubane sono diminuite del 75% tra il 2000 e il 2025.


Le sanzioni e l'embargo statunitense hanno pesato per decenni sull'economia cubana e nel 2026 la pressione americana sull'approvvigionamento energetico dell'isola si è ulteriormente intensificata. Ma sarebbe, onestamente, semplicistico attribuire ogni difficoltà cubana all'embargo, ignorando le rigidità strutturali del modello economico, le inefficienze, la scarsità di investimenti e la crisi demografica. La Cuba di oggi è il risultato di entrambe le cose, della pressione esercitata dall'esterno e delle contraddizioni accumulate dall'interno.


Uno Stato che continua a trovarsi in una posizione strategicamente delicatissima. La sua prossimità agli Stati Uniti la rende inevitabilmente importante per Washington; i suoi rapporti con Russia e Cina mantengono l'isola dentro una competizione più ampia per l'influenza nei Caraibi. Non importa quale Cuba si sia sognata. Quella socialista e rivoluzionaria, capace di sfidare l'impero americano; quella liberale e democratica che molti dissidenti hanno immaginato; oppure semplicemente quella turistica, musicale, caraibica, fatta di L'Avana, automobili d'epoca e mare. Qualunque fosse il sogno, oggi l'isola appare consumata.


Si può condannare il regime castrista senza gioire della sua agonia. Si possono riconoscere le repressioni senza negare l'importanza storica della rivoluzione. Si possono ricordare i risultati sociali senza trasformarli in un'assoluzione politica. E si può perfino considerare Fidel Castro uno dei grandi responsabili delle contraddizioni contemporanee di Cuba e, nello stesso momento, provare una forma di tristezza davanti al declino dell'isola.


Forse è questo il significato più amaro del centenario: vedere una piccola isola ridotta a cercare lo spazio necessario per non essere schiacciata da quegli stessi equilibri che aveva garantito e protetto per decenni. E si può essere stati anticastristi, castristi, socialisti, liberali, anticomunisti o semplicemente spettatori della storia. Si può aver amato quella rivoluzione o averla detestata. Ma davanti a una Cuba che appassisce, forse, per un momento, si può anche mettere da parte il sogno che avevamo dell'isola e provare, solo, dolore per averlo visto infrangersi.