Aldo Moro. Centodieci anni, oltre quei 55 giorni

Federico Tantillo
Accade oggi
23/09/2026

Prima di quella fotografia

Ci sono uomini politici dei quali ricordiamo soprattutto ciò che hanno fatto. Di Aldo Moro ricordiamo troppo spesso ciò che gli hanno fatto. Una fotografia ha finito per sovrapporsi alla sua vita: il volto stanco, la camicia bianca, la stella a cinque punte delle Brigate Rosse alle spalle. Eppure quando viene rapito, il 16 marzo 1978, Moro ha 61 anni e alle spalle più di trent'anni trascorsi nella costruzione della Repubblica.

Nato a Maglie il 23 settembre 1916, professore di diritto, giovanissimo membro dell'Assemblea Costituente, deputato, segretario della Democrazia cristiana, ministro degli Esteri, cinque volte presidente del Consiglio. Ma anche questo elenco dice poco. Per capire Moro bisogna forse partire dal suo metodo.


Allargare la democrazia

Moro appartiene a una generazione che ha visto crollare lo Stato liberale, attraversato il fascismo e costruito una democrazia dalle sue macerie. Sa quindi che le istituzioni non sono semplicemente edifici dentro i quali esercitare il potere. Sono equilibri fragili da custodire.

Negli anni Sessanta comprende che l'Italia sta cambiando. La Democrazia cristiana non può limitarsi a governare contro una parte del Paese. Nasce così l'apertura ai socialisti e la stagione del centrosinistra. Negli anni Settanta il problema si ripresenta, ancora più grande, con il Partito comunista. Il “compromesso storico” è la formula di Enrico Berlinguer. Il progetto di Moro è diverso e arriverà alla cosiddetta “terza fase”. Ma alla base c'è una domanda simile: come può una democrazia essere stabile se milioni di cittadini rimangono permanentemente ai margini dell'area nella quale si assumono le responsabilità di governo? Moro cerca di allargare lo spazio nel quale forze diverse possano parlarsi. Non perché le differenze non contino. Perché contano e non possono essere cancellate.


Parlare non significa essere d'accordo

È un metodo che ritroviamo anche nella sua politica estera. Moro non è neutralista. L'Italia resta saldamente collocata nell'Alleanza Atlantica e nel processo di costruzione europea. Ma quella collocazione non gli impedisce di cercare il dialogo con mondi differenti.

La sua formula è “pace nella sicurezza” Sicurezza e pace non sono alternative. La prima deve creare le condizioni perché la seconda possa essere costruita. Da ministro degli Esteri guarda con particolare attenzione al Mediterraneo, mantiene aperto il rapporto con il mondo arabo salvaguardando contemporaneamente la sicurezza di Israele, partecipa alla stagione della distensione europea.

Per Moro parlare con qualcuno non significa sposarne le ragioni. Significa riconoscerne l'esistenza. È una concezione della politica che tiene insieme fermezza e dialogo, appartenenza e autonomia, identità e mediazione. E forse proprio la parola “mediazione”, utilizzata tante volte parlando di lui, rischia di essere fraintesa. Mediare non significa per Moro collocarsi sempre a metà strada. Significa cercare un terreno sul quale posizioni differenti possano continuare a confrontarsi senza trasformare l'avversario in un nemico da eliminare.


I 55 giorni

Poi arriva il 16 marzo 1978. In via Fani le Brigate Rosse uccidono i cinque uomini della scorta e rapiscono Aldo Moro. Cominciano i 55 giorni che segneranno per sempre la storia della Repubblica. Le lettere dalla prigionia. Il confronto drammatico tra fermezza e trattativa. Gli appelli. Le polemiche. Le decisioni dello Stato. Il 9 maggio il corpo di Moro viene ritrovato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa in via Caetani.

Su quei 55 giorni si è scritto tutto. Inchieste giudiziarie, commissioni parlamentari, ricostruzioni storiche, ipotesi e dietrologie. Continuare a studiare è necessario. Ma proprio per questo occorre distinguere sempre i fatti accertati dalle interpretazioni e dalle domande ancora aperte. Moro merita lo stesso rigore che lui chiedeva alla politica.



Centodieci anni dopo

A centodieci anni dalla sua nascita, forse dovremmo provare per un momento a liberarlo dalla fotografia del prigioniero. Tornare al professore che contribuisce a scrivere la Costituzione. Al dirigente democristiano che apre ai socialisti. All'uomo di governo che cerca una strada per coinvolgere nella vita democratica una parte sempre più larga del Paese. Al ministro degli Esteri che pensa la pace senza rinunciare alla sicurezza e il dialogo senza rinunciare alle proprie appartenenze.

Non occorre trasformare Aldo Moro in un santino della Repubblica. La sua politica può essere discussa, criticata, storicizzata. Ma c'è una domanda che, centodieci anni dopo la sua nascita, conserva una forza sorprendente: quanto spazio siamo ancora capaci di costruire perché persone profondamente diverse possano continuare a parlarsi? Forse, prima della Renault 4 e prima di quei 55 giorni, Aldo Moro aveva provato per tutta la vita politica a rispondere proprio a questa domanda.