Imagine: i 55 anni dell'inno di Lennon per un mondo diverso

Ci sono canzoni che raccontano il mondo e altre che provano a immaginarne uno diverso. «Imagine» appartiene alla seconda categoria. Bastano un pianoforte, una voce quasi confidenziale e poche parole per aprire una finestra su un futuro possibile, libero da guerre, confini e divisioni. Un sogno fragile e ambizioso, diventato uno dei manifesti più riconoscibili della cultura popolare del Novecento. L’11 ottobre 1971, esattamente 55 anni fa, John Lennon pubblica il singolo che dà il titolo al suo secondo album solista. I Beatles si sono sciolti da poco più di un anno e il musicista di Liverpool sta cercando una nuova identità, lontano dalla band che ha cambiato la storia della musica. Dopo l’urgenza personale e quasi brutale del suo primo album, John Lennon/Plastic Ono Band, Lennon sceglie una strada diversa: non più soltanto mettere a nudo le proprie ferite, ma provare a parlare a un’intera generazione.
La genesi del brano affonda le radici nell’incontro con Yoko Ono, artista d’avanguardia, compagna di vita e interlocutrice intellettuale. Nel 1964, Ono ha pubblicato Grapefruit, un libro di istruzioni poetiche e provocazioni concettuali che invita il lettore a immaginare situazioni impossibili, a trasformare il pensiero in un gesto creativo. È proprio da quell’universo che nasce l’idea centrale della canzone: immaginare non come evasione dalla realtà, ma come primo passo per cambiarla.
Lennon lo riconoscerà soltanto molti anni dopo, ammettendo che il contributo di Yoko ai testi era stato importante e che il brano avrebbe dovuto essere accreditato a entrambi. Una confessione che restituisce alla canzone anche una storia di collaborazione artistica troppo a lungo rimasta nell’ombra.
La musica arriva con una naturalezza disarmante. Il pianoforte introduce una melodia essenziale, quasi infantile, che non ha bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare. Phil Spector, chiamato a condividere la produzione con Lennon e Ono, accompagna il brano senza sommergerlo: il basso di Klaus Voormann, la batteria di Alan White e gli archi dei Flux Fiddlers costruiscono un paesaggio sonoro morbido, sospeso, in cui ogni nota sembra lasciare spazio alle parole.
La scelta decisiva è proprio questa: affidare un messaggio radicale a una forma musicale accessibile, senza trasformarlo in un comizio. Lennon non ordina, non proclama, non indica una strada politica precisa. Chiede di immaginare. E in quel verbo racchiude una possibilità dirompente: mettere in discussione ciò che sembra naturale, inevitabile, persino eterno.
Il mondo nel quale «Imagine» arriva è tutt’altro che pacificato. La guerra in Vietnam continua a dividere l’opinione pubblica, la Guerra fredda mantiene il pianeta sospeso tra due blocchi e le contestazioni giovanili hanno incrinato le certezze dell’Occidente. Lennon è parte di quella stagione, ma non si limita a interpretarne le parole d’ordine. La sua canzone immagina una società senza nazioni, senza religioni trasformate in strumenti di divisione, senza l’ossessione del possesso. Un’utopia che non cancella le contraddizioni, ma costringe a guardarle da un’altra prospettiva.
E’ qui che si nasconde il paradosso di «Imagine»: una canzone diventata patrimonio universale proprio perché riesce a essere semplice e controversa allo stesso tempo. Il suo invito a superare le appartenenze nazionali e religiose è stato accolto come un inno alla pace, ma anche contestato da chi vi legge una negazione delle identità e delle tradizioni. Lennon non offre una soluzione politica da applicare, bensì un esercizio mentale: provare a pensare che ciò che divide gli esseri umani non sia necessariamente destinato a dividerli per sempre. Il successo del brano contribuisce a consolidare la carriera solista di Lennon e a definire il suo personaggio pubblico dopo la fine dei Beatles. Non è più soltanto l’autore di canzoni che hanno accompagnato la rivoluzione pop degli anni Sessanta, né l’ex Beatle impegnato in provocazioni artistiche e politiche insieme a Yoko. È un artista che cerca di trasformare la propria notorietà in uno strumento di intervento sulla realtà. Una vocazione che emerge anche in «Give Peace a Chance» e «Happy Xmas (War Is Over)», ma che in «Imagine» trova la sua espressione più universale.
Poi, l’8 dicembre 1980, quattro colpi di pistola spezzano la sua vita davanti al Dakota Building di New York. Lennon ha quarant’anni. Da quel momento, «Imagine» assume un significato ulteriore: non è più soltanto la visione di un artista che sogna un mondo diverso, ma anche la voce di un uomo assassinato quando la sua storia sembra ancora incompiuta. La canzone entra definitivamente nella memoria collettiva, accompagnando commemorazioni, cerimonie olimpiche e momenti di lutto, attraversando generazioni e confini linguistici. Verrà eseguita persino in Vaticano, dinanzi al Papa, fra le polemiche di chi ritenne inopportuno suonare una canzone che parla di un mondo senza religioni nel luogo della cristianità per eccellenza e chi, al contrario, pose in risalto l’universalità del messaggio. Un brano talmente iconico che anche il pianoforte al quale fu composta divenne oggetto da museo, prima di essere acquistato ad un'asta benefica da un'altra leggendaria popstar: George Michael. Nel 2023 la canzone viene inserita nella National Recording Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, che ne riconosce il valore culturale, storico ed estetico. Ma il rischio, con gli inni, è che la ripetizione finisca per svuotarli. «Imagine» viene eseguita così spesso, in occasioni così diverse, da poter sembrare una formula rassicurante, una parentesi di commozione destinata a chiudersi insieme alle ultime note. Eppure, basta riascoltarla con attenzione per ritrovare la domanda che contiene. Perché immaginare un mondo senza guerre è facile, molto più difficile è interrogarsi sulle convinzioni, sugli interessi e sulle paure che continuano ad alimentarle. A 55 anni dalla sua pubblicazione, la canzone non ha cambiato il mondo come Lennon avrebbe voluto. Le guerre non sono finite, i nazionalismi resistono, le disuguaglianze continuano a segnare le società. Ma il suo lascito non si misura soltanto nella distanza tra il sogno e la realtà. Si misura nella capacità di rendere quel sogno comprensibile, cantabile, condivisibile anche da chi non ha vissuto gli anni in cui è nato. E’ lì che si nasconde il segreto della sua longevità: «Imagine» non promette che la pace arriverà domani. Ricorda che, prima ancora di costruirla, bisogna riuscire a concepirla. E che qualche volta una rivoluzione comincia da un pianoforte, da una voce che non urla e da una domanda apparentemente ingenua. Una domanda che, dopo mezzo secolo, non ha ancora smesso di metterci alla prova.