Niki Lauda. Quel primo agosto in cui finì la mia infanzia

Ci sono date che appartengono alla storia. E ce ne sono altre che, pur essendo le stesse, finiscono per appartenere anche alla nostra vita. Per me il primo agosto 1976 è una di quelle. Avevo quasi quattordici anni. Ero a Velletri, come ogni estate, nella casa dei miei nonni. La mattina mi venne una febbre molto alta, e il Gran Premio di Germania, sul Nürburgring, lo seguii alla radio.
Poi arrivarono poche parole. «La Ferrari di Niki Lauda è in fiamme». Ricordo ancora il gelo. Per capire che cosa significò quel momento bisogna sapere che la Formula Uno, per me, non era soltanto uno sport. Era un mondo nel quale vivevo ogni giorno. Passavo pomeriggi interi nella mia camera a disputare il Campionato del Mondo con una pista Policar. Cercavo di riprodurre fedelmente la realtà: modificavo i motori delle macchinine, cambiavo le gomme per ottenere maggiore aderenza, cercavo di dare a ogni monoposto prestazioni il più possibile vicine a quelle vere. Ferrari, McLaren, Tyrrell, Lotus... ogni Gran Premio diventava una sfida infinita.
In realtà avrei voluto correre davvero. Qualche mese prima avevo perfino scritto una lettera a Enzo Ferrari. Gli raccontavo il mio sogno di diventare pilota e gli spiegavo che la mia famiglia non aveva le possibilità economiche per farmi iniziare con i kart. Non mi aspettavo una risposta. Invece arrivò. Accompagnata da una splendida edizione della sua biografia autografata. Nella lettera il Drake mi incoraggiava a non rinunciare ai miei sogni, ricordandomi che nella vita studio, impegno e passione possono portare molto più lontano di quanto immaginiamo.
Per un ragazzo di tredici anni era come ricevere un messaggio da un gigante. Magari era frutto del lavoro di un efficiente ufficio addetto alle relazioni con i tifosi. Probabile, anni dopo ovviamente ho pensato questo. Per me fu comunque come toccare il cielo. Forse è anche per questo che l'incidente del Nürburgring mi colpì così profondamente. Quando la Ferrari di Lauda uscì di pista, rimbalzò contro il guardrail e prese fuoco, il tempo sembrò fermarsi.
Ma in mezzo a quell'inferno accadde qualcosa che ancora oggi considero una delle pagine più belle della storia dello sport. Prima ancora dell'arrivo dei soccorsi, alcuni piloti fermarono le loro monoposto e si precipitarono tra le fiamme. Tra loro c'era Arturo Merzario. Era uno dei piloti che ammiravo già da tempo. Da quel giorno lo ammirai ancora di più. Insieme a Guy Edwards, Brett Lunger e Harald Ertl contribuì a estrarre Lauda dall'abitacolo, rischiando la propria vita. In quei secondi non esistevano avversari. Esistevano soltanto uomini. E uno di loro stava cercando di salvarne un altro.
Quell'immagine non mi ha mai lasciato. Lauda sopravvisse. Le ustioni erano devastanti. Ancora più gravi erano i danni provocati ai polmoni dalle fiamme e dai gas tossici respirati nell'abitacolo. Eppure, appena quarantadue giorni dopo, si ripresentò sulla griglia di partenza del Gran Premio d'Italia, a Monza. Una delle imprese più incredibili nella storia dello sport. Continuai a sperare fino all'ultima gara. A Suzuka, sotto una pioggia torrenziale, Lauda si ritirò dopo pochi giri. Disse che nessun titolo mondiale valeva la vita di un uomo. James Hunt conquistò il campionato per un solo punto. Ricordo la delusione. Ma ricordo ancora di più la felicità dell'anno successivo, quando Niki si riprese il titolo mondiale.
Ripensandoci oggi mi accorgo che quel primo agosto del 1976 non segnò soltanto la storia della Formula 1. Segnò anche la mia. Di lì a poco sarebbero finite le scuole medie. Sarebbe arrivato il liceo Manara. Avrei conosciuto Marco Pannella. Nella mia vita sarebbero entrati i cantautori (Edoardo Bennato e Pino Daniele innanzitutto), la musica, le contestazioni, la politica, i cortei, i libri, nuovi amici, nuove passioni. Quel ragazzo che passava i pomeriggi con la pista Policar stava lentamente lasciando il posto a un'altra persona. Per questo oggi penso che il primo agosto 1976 abbia segnato, senza che me ne rendessi conto, anche la fine della mia infanzia.
Niki Lauda avrebbe continuato a vincere, sarebbe diventato ancora campione del mondo, avrebbe costruito una seconda vita straordinaria come imprenditore e dirigente. Ma quell'incidente non lo abbandonò mai davvero. Le gravissime lesioni riportate ai polmoni continuarono ad accompagnarlo negli anni e contribuirono ai problemi di salute che lo portarono alla morte, nel maggio del 2019, a soli settant'anni. Ricordo perfettamente anche quel giorno. Mi accorsi di provare un dolore inatteso. Non se ne andava soltanto uno dei più grandi piloti della storia. Se ne andava uno degli ultimi custodi della mia infanzia.
Forse è proprio questo il privilegio dei grandi campioni. Continuano a vivere negli albi d'oro e nelle statistiche. Ma, qualche volta, vivono ancora più a lungo nei ricordi di un ragazzo che, ascoltando una gara alla radio, smise all'improvviso di essere un bambino.