Sandro Pertini. Il presidente che sentivamo uno di noi

Il presidente dei miei quindici anni
Avevo quindici anni quando Sandro Pertini venne eletto presidente della Repubblica, l’8 luglio 1978. Nella mia memoria politica fu il primo presidente non democristiano. In realtà prima di lui c’era stato il socialdemocratico Giuseppe Saragat. Pertini era però il primo socialista al Quirinale. E per un ragazzo che proprio in quegli anni cominciava a vivere intensamente la politica, quella differenza si avvertiva. Pertini arrivava da un’altra storia. Antifascista, perseguitato dal regime, aveva conosciuto il carcere, l’esilio, il confino. Aveva rifiutato la domanda di grazia presentata dalla madre perché non riconosceva come colpa la propria lotta contro il fascismo. Poi la Resistenza, la condanna a morte, l’evasione da Regina Coeli, la lotta partigiana, la Costituente, il Parlamento, la presidenza della Camera. Quando arriva al Quirinale ha quasi 82 anni. Eppure a noi ragazzi non sembra affatto vecchio.
Un presidente tra la gente
Sono anni terribili. Pertini diventa presidente poche settimane dopo l’assassinio di Aldo Moro, in un’Italia attraversata dal terrorismo e dalla violenza. Nel gennaio 1980 viene assassinato Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana. Il 2 agosto una bomba devasta la stazione di Bologna: 85 morti, più di duecento feriti. Pertini corre a Bologna. Va nei luoghi della strage, visita i feriti. Parteciperà poi ai funerali delle vittime. Pochi mesi dopo arriva il terremoto dell’Irpinia. Pertini raggiunge le zone devastate, vede i ritardi dei soccorsi e, tornato a Roma, parla agli italiani. Alza la voce. È il presidente della Repubblica, ma sembra indignato come ciascuno di noi davanti alla televisione. Non contro lo Stato. In nome dello Stato. Come se rispettare le istituzioni significasse innanzitutto pretendere che fossero all’altezza dei propri doveri.
Il dolore e la gioia
Nel giugno 1981 l’Italia intera rimane davanti alla televisione mentre si tenta disperatamente di salvare Alfredino Rampi, caduto nel pozzo di Vermicino. A un certo punto arriva Pertini. Non può fare nulla per quel bambino. Ma rimane lì. Aspetta insieme agli altri, spera insieme agli altri. È forse questo il Pertini che ricordo meglio: non rappresentava la Repubblica tenendosi a distanza dagli italiani. La rappresentava stando in mezzo a loro.
E poi arriva l’11 luglio 1982. Per me quell’estate significa anche l’esame di maturità. Finiscono gli anni del liceo mentre l’Italia di Bearzot avanza nel Mondiale spagnolo. Al Bernabéu c’è Pertini. Ha 85 anni. Quando l’Italia segna, esulta come noi davanti alla televisione. Al ritorno gioca a carte sull’aereo con Bearzot, Zoff e Causio. Quelle immagini diventano parte della memoria collettiva. Ma ci colpiscono perché non sembrano una trovata. Avevamo visto Pertini indignarsi, soffrire, arrabbiarsi. Adesso lo vedevamo felice. Come noi.
Dall’Adamello a Berlinguer
Essere vicino agli italiani non significa però soltanto condividere le emozioni. Pertini è un uomo con idee fortissime. Nel 1982 condanna duramente il massacro di Sabra e Shatila. Il partigiano antifascista continua a considerare la difesa della vita e delle popolazioni civili una responsabilità della politica. Nel giugno 1984 Enrico Berlinguer viene colpito da un malore durante un comizio a Padova. Pertini corre al suo capezzale. Dopo la morte del segretario comunista, mette a disposizione l’aereo presidenziale per riportare a Roma la salma e alcuni familiari. Poche settimane dopo un’altra immagine sorprendente: Pertini sull’Adamello insieme a Giovanni Paolo II. Un Presidente socialista, laico, partigiano e un Papa polacco sulle montagne, insieme. Sono immagini diversissime: Bologna, l’Irpinia, Alfredino, Madrid, Berlinguer, il Papa. Eppure nella mia memoria raccontano tutte la stessa persona.
Centotrent’anni dopo
Sandro Pertini nasce a Stella, in provincia di Savona, il 25 settembre 1896. Sono passati centotrent’anni. Non serve trasformarlo in un santino della Repubblica. Era un uomo politico, socialista, partigiano, con convinzioni precise e scelte che appartengono alla storia e possono essere discusse.
Ma rimane qualcosa di particolare nel rapporto che riuscì a costruire con gli italiani. Pertini non cercava di sembrare uno di noi. Probabilmente si sentiva davvero uno di noi, pur sapendo di rappresentare la più alta istituzione della Repubblica. Poteva alzare la voce proprio perché rispettava lo Stato. Poteva commuoversi senza perdere autorevolezza. Poteva correre nel luogo di una tragedia senza trasformare la propria presenza in una passerella. Poteva esultare per una partita di calcio senza rendere meno solenne il Quirinale. Avevo quindici anni quando diventò Presidente. Ne avevo diciannove quando, mentre finivo il liceo, lo vidi esultare al Bernabéu. Ero poco più che ventenne quando lo vidi correre al capezzale di Berlinguer e poi andare sull’Adamello con Giovanni Paolo II. A distanza di tanti anni, il mio Pertini è ancora quello. Un presidente che rese visibile la Repubblica nei luoghi in cui gli italiani soffrivano, si indignavano, speravano. E, qualche volta, finalmente gioivano.