Sting, 75 anni: dal calabrone dei Police alla libertà

Stefano Faina
Accade oggi
02/10/2026

Prima di diventare Sting il protagonista di questa storia era Gordon Matthew Thomas Sumner. Un ragazzo di Wallsend, nel nord dell’Inghilterra, cresciuto tra il lavoro del padre e le canzoni ascoltate alla radio. Suona il basso, frequenta i jazz club, passa attraverso diverse band e per un periodo insegna persino inglese. Poi, una sera, indossa una maglia a righe gialle e nere. Qualcuno lo guarda e gli dice che sembra un calabrone: Sting. Il soprannome nasce così, quasi per caso. Nessuno immagina che finirà scritto su milioni di dischi.

A Londra arriva nel pieno della rivoluzione punk. Ma Sting il punk lo attraversa senza appartenergli davvero. Nel 1977 incontra Stewart Copeland, batterista americano dei Curved Air, che lo ha visto suonare con i Last Exit e lo vuole nella sua nuova band. Con loro c’è inizialmente il chitarrista Henri Padovani. Si chiamano Police, hanno pochi soldi e ancora meno certezze. Registrano il primo singolo, Fall Out, con un budget ridicolo. Poi arriva Andy Summers, chitarrista molto più esperto, e per un breve periodo i Police diventano addirittura un quartetto.

Dura poco. Padovani lascia e nasce la formazione destinata a cambiare la storia del pop britannico: Sting, Summers, Copeland. Tre musicisti che, sulla carta, sembrano quasi incompatibili. Copeland ha l’energia del punk, Summers arriva da un’altra generazione e porta con sé una sofisticata cultura musicale, Sting mescola jazz, reggae, soul e pop. Proprio quella distanza diventa il loro suono. All’inizio suonano nei piccoli club, anche negli Stati Uniti, davanti a poche decine di persone. Poi arriva Roxanne.

E improvvisamente tutto cambia. I Police costruiscono in pochi anni una sequenza di canzoni che sembra non avere bisogno di spiegazioni: Message in a Bottle, Walking on the Moon, Don’t Stand So Close to Me, Every Little Thing She Does Is Magic. Il salto definitivo arriva con Synchronicity, nel 1983. È un album che Sting compone con riferimenti alle teorie di Jung, un lavoro colto e pop al tempo stesso. Ma è anche il disco di Every Breath You Take, uno dei brani più celebri della loro carriera.

Ma mentre il mondo ascolta una band apparentemente perfetta, dentro quel trio qualcosa si sta rompendo. I Police sono diventati troppo grandi, troppo diversi e troppo abituati a comandare. Le registrazioni sono tese. Sting porta le canzoni, Copeland pretende spazio, Summers cerca di difendere la propria identità musicale. La band è una macchina di enorme precisione, ma i suoi ingranaggi cominciano a girare in direzioni diverse.

E proprio quando i Police raggiungono il vertice, Sting decide di fermarsi. Non c’è un litigio definitivo davanti alle telecamere. C’è piuttosto una stanchezza accumulata negli anni e la necessità di andare altrove. Dopo il tour di Synchronicity, nel 1984, i Police si sciolgono di fatto. Proveranno a rimettersi insieme qualche anno dopo, ma senza ritrovare davvero quella magia.

Nel 2007, invece, accadrà qualcosa di quasi impensabile: Sting, Copeland e Summers torneranno insieme per un tour mondiale. Dopo decenni di tensioni, la musica riuscirà a fare quello che i tre uomini non erano riusciti a fare: mettere il passato a distanza. Ma Sting aveva già iniziato la sua seconda vita.

Nel 1985 esce The Dream of the Blue Turtles. Non è il disco di un ex cantante dei Police in cerca di una nuova band. È la dichiarazione di un musicista che vuole allargare i propri confini. Accanto a lui ci sono jazzisti come Branford Marsalis e Kenny Kirkland. Sting porta nel pop il jazz, il reggae, la musica classica, la canzone d’autore. Arrivano ...Nothing Like the Sun, The Soul Cages, Ten Summoner’s Tales, Mercury Falling, Brand New Day. E arrivano canzoni che sembrano appartenere a mondi diversi: Englishman in New York, Fragile, They Dance Alone, Fields of Gold.

Sting non deve più dimostrare di essere il leader dei Police. Può permettersi di essere semplicemente Sting. È anche il momento in cui la sua figura pubblica cambia. L’impegno politico e sociale, già presente nella sua musica, diventa sempre più concreto. Partecipa alle iniziative di Amnesty International, prende posizione contro le dittature e sostiene campagne per i diritti umani. Con la Rainforest Foundation si impegna nella difesa delle foreste tropicali e delle popolazioni indigene. La sua musica continua così a muoversi tra l’intimo e il collettivo.

Può raccontare un amore, una perdita, la nostalgia per il padre, e nello stesso tempo parlare di repressione, libertà, ambiente. Forse è questa la vera traiettoria di Sting. Non quella di un cantante che ha avuto due carriere, prima nei Police e poi da solo. Ma quella di un musicista che ha passato tutta la vita cercando di liberarsi dall’immagine precedente. Il ragazzo di Wallsend diventa il bassista dei Police. Il bassista diventa una popstar. La popstar diventa autore. L’autore diventa musicista, attivista, uomo pubblico.

A 75 anni, il calabrone di quella vecchia maglia a righe è ancora lì. Solo che adesso ha attraversato quasi mezzo secolo di musica, palcoscenici, battaglie e trasformazioni. Probabilmente la sua storia sta tutta in quella prima intuizione: non restare fermo dentro un ruolo.

Nemmeno quando quel ruolo ti ha già reso famoso in tutto il mondo.