Una Palma troppo in alto per un Leone

Davide Faina
Accade oggi
20/09/2026

Sia palma o leone, sia Cannes o Venezia, quella che apprestiamo a lasciarci alle spalle non è un’estate d’oro per il cinema italiano.


E pensare che la storia del festival francese, la cui prima edizione vide la luce esattamente 80 anni fa, e quella della mostra d’arte sono indissolubilmente intrecciate tra loro. Fu nel 1938 che proprio sul lido, in un’Italia sotto regime fascista e di fronte al trionfo della propaganda di “Luciano Serra Pilota” e ai muscoli in marmo di “Olympia”, il ministro francese Jean Zay ebbe l’idea di creare una controparte provenzale della biennale, alla ricerca di un concorso di cinema democratico e lontano da interessi che non fossero artistici. Un legame tra cinema e acqua, con Cannes che venne scelta come località del nascente festival francese proprio per tener testa al fascino galleggiante di Venezia, ma l’Italia, che venne invitata a partecipare alla primissima edizione nel 1939, non ne apprezzerà il citazionismo. L’invito verrà rispedito al mittente, un rifiuto contornato da uno scenario geo-politico in Europa simile a una polveriera. Con la dichiarazione di guerra alla Germania in quello stesso anno, servirà aspettare il 1946 prima che venga steso per la prima volta il tappeto rosso in Costa Azzurra.

80 anni dopo, i due festival di cinema più importanti d’Europa continuano a rivaleggiarsi tra loro a suon di star, ospiti e, quest’anno in particolar modo, cinema d’autore. Nessun film ad alto budget o franchise ha preso parte alle ultime edizioni di entrambi i concorsi, una scelta la cui natura continua a rimanere dubbi, che sia una scelta radicale o figlia del graduale allontanamento da parte dei grandi Studios dalle competizioni per non imbattersi prematuramente nel ciclone della critica mettendo a rischio il risultato al box office, infrangendo le speranze di chi sperava nel potenziale ritorno di Denis Villeneuve col suo “Dune: Part Three” a chiudere alla perfezione un cerchio aperto nel 2021, quando alla Mostra Internazionale presentò il primo capitolo della saga di Arrakis.

A Venezia ci si è dovuti ridimensionare rispetto ad un 2025 parecchio fruttuoso, che aveva visto autori come Guillermo Del Toro (Frankenstein), Park Chan-Wook (No Other Choice) e Jim Jarmusch (Father Mother Sister Brother), poi vincitore del leone d’oro, attraversare il Red Carpet del lido. Quest’anno sarebbe stato diverso, ne si era consapevoli, più realisticamente un edizione “ponte”, che ha comunque ospitato uscite internazionali di un certo peso: il discusso “Primetime” di Lance Oppenheim, al suo primo film di finzione; “Ink” di Danny Boyle, che aspetta di capire cosa ne sarà del capitolo finale della trilogia di “28 Anni Dopo”, e il ritorno al festival dell’ormai “di casa” Shin'ya Tsukamoto, col suo “Mr. Nelson, Did You Kill People?”.


Ma noi invece? In concorso sono stati Paolo Strippoli e Andrea Pallaoro a portare in alto la bandiera in patria, con rispettivamente “L’estranea”, nuovo tassello del manifesto Horror provinciale del regista pugliese, “The Echo Chamber”, dall’inedito soggetto di Bernardo Bertolucci, insieme al ritorno alla mostra di Nanni Moretti col suo “Succederà questa notte”. Nelle altre sezioni si respira la nostra presenza, con particolare attenzione all’esordiente Tommaso Landucci, vincitore del premio per la miglior sceneggiatura nella sezione Orizzonti con “I figli della scimmia”, assicurando anche il trionfo come miglior attore a Riccardo Scamarcio.Per quanto riguarda il concorso principale invece, rimaniamo a mani vuote.


In Francia invece, dell’Italia non si è letto neanche un trafiletto. A interrompere una striscia lunga 8 anni, quest’anno nemmeno una pellicola del nostro cinema ha preso parte alla gara per la palma d’oro, un passo indietro non indifferente se pensiamo che soltanto nel 2023 ci presentavamo con ben 3 opere (La Chimera, Rapito e Il Sol dell’Avvenire). Forse è la dimostrazione che, affacciandosi oltre l’ingresso della Sala Grande sul lido, non ci sia lo stesso entusiasmo nel veder rimescolate come carte gli stessi volti e le nostre stesse vecchie abitudini.