Emma, l’AI italiana (troppo) umana

C’è qualcosa di profondamente italiano nel destino di Emma. Doveva essere la prova che anche il nostro Paese poteva sedersi al tavolo dei grandi dell’intelligenza artificiale. È finita, invece, come una riunione di condominio: entusiasmo iniziale, qualche promessa altisonante e, nel giro di pochi giorni, una valanga di polemiche.
Presentata da Egomnia come un modello di intelligenza artificiale “nato in Italia”, Emma avrebbe dovuto essere un piccolo manifesto di sovranità tecnologica, la risposta nazionale a giganti come ChatGPT, Gemini o Claude. Un progetto sperimentale, certo, ma con ambizioni importanti: dimostrare che anche fuori dalla Silicon Valley si può costruire un’AI competitiva.
Il debutto, però, ha seguito un copione ormai noto. Sul web nessuna nuova AI viene accolta con domande sul cambiamento climatico o sulla filosofia di Kant. Prima arriva il rito di iniziazione: trabocchetti, indovinelli e richieste assurde. Emma è stata sommersa da quesiti come il celebre “Pesa di più un chilo di pane o un chilo di piume?”, finendo per indicare il pane come risposta corretta. In un’altra conversazione sosteneva che un cane potesse volare. Altri screenshot mostravano risposte decisamente inappropriate su temi delicati, come, ad esempio, l’indicazione che non fosse pericoloso far maneggiare ad un bambino un AK-47 d’assalto. Nel giro di poche ore, i social hanno fatto il resto: meme, battute e condivisioni hanno trasformato il chatbot italiano nell’argomento del giorno.
Del resto, se c’è una disciplina in cui gli italiani restano imbattibili è scovare gli errori altrui con una velocità impressionante. Emma, più che un’intelligenza artificiale, è sembrata la nuova concorrente di un quiz televisivo in cui il pubblico aspetta solo il momento della gaffe.
A quel punto è intervenuto Matteo Achilli, fondatore di Egomnia, invitando tutti a guardare il progetto per quello che è: una versione ancora sperimentale. Sui social ha spiegato che era inutile sottoporre Emma a “domande troll” o test matematici, ricordando che il modello dispone di un numero limitato di parametri e di un dataset ancora contenuto. Piuttosto, ha suggerito di usarlo per scrivere poesie, inventare canzoni o lavorare sui testi, ambiti in cui il sistema riesce a esprimere meglio le proprie capacità. Achilli ha anche sottolineato che, nonostante le critiche, nei primi giorni sono state registrate oltre 50 mila conversazioni, un volume ben superiore alle aspettative iniziali.
Travolta proprio da questo interesse, la piattaforma è stata temporaneamente sospesa per consentire aggiornamenti e miglioramenti. E il fondatore ha già fissato il prossimo obiettivo: Emma-6, la nuova versione annunciata per i prossimi giorni, promette molti più parametri, capacità di ragionamento più avanzate e prestazioni decisamente superiori rispetto al modello del debutto.
La storia di Emma, però, racconta qualcosa di più interessante dei suoi errori. Dice molto su quanto siano cambiate le aspettative nei confronti dell’intelligenza artificiale. Solo pochi anni fa un software capace di sostenere una conversazione sarebbe sembrato fantascienza. Oggi pretendiamo che sappia tutto, ragioni senza sbagliare e, possibilmente, distingua anche un chilo di pane da un chilo di piume.
Forse Emma non passerà alla storia come l’AI che ha rivoluzionato il settore. Ma potrebbe essere ricordata come quella che ha mostrato quanto sia difficile lanciare una tecnologia innovativa nell’epoca dei social network. Perché oggi il primo vero banco di prova non sono i laboratori né gli investitori: è il tribunale spietato del web, dove ogni errore diventa un meme e ogni inciampo si trasforma in una lezione pubblica. E, in fondo, anche questa è una forma tutta italiana di intelligenza collettiva.