Sherlock e la tecnologia che mette fine all'anonimato

La prossima volta che fotografi qualcuno, prova a pensarci.
Non hai scattato soltanto una fotografia. Potresti aver raccolto una password che non può essere cambiata.
È il volto. Fino a ieri, per cercare una persona su Internet serviva qualcosa che la identificasse: un nome, un cognome, un nickname, un numero di telefono. O almeno un indizio. Oggi l’indizio può essere una faccia. È questa la parte più interessante e, insieme, più inquietante di Sherlock, la nuova generazione di strumenti che utilizza l’intelligenza artificiale per cercare persone attraverso il riconoscimento facciale. Carichi una fotografia e l’algoritmo prova a trovare altre immagini dello stesso volto disseminate sul web, comprese quelle provenienti dai social network.
La tecnologia non sta semplicemente cercando una fotografia. Sta cercando una persona dentro le fotografie. Ed è una differenza enorme. Perché una normale ricerca inversa delle immagini può dirci dove è stata pubblicata una determinata fotografia. Un sistema di ricerca facciale tenta invece di collegare immagini diverse sulla base di ciò che hanno in comune: il volto. Una fotografia scattata oggi può quindi diventare il punto di partenza per arrivare a fotografie scattate anni fa. Un’immagine pubblicata su un social può condurre a un altro profilo. Un volto può diventare il filo che unisce pezzi di identità digitale che il loro proprietario aveva tenuto separati.
Ed è qui che la faccenda smette di essere soltanto tecnologica. Perché Sherlock può essere utilissimo. Può aiutare a scoprire se qualcuno ha rubato una nostra fotografia per creare un profilo falso. Può essere utilizzato per individuare tentativi di catfishing, verificare immagini utilizzate nelle truffe online o controllare quante fotografie di noi siano finite in Rete senza che ce ne accorgessimo. Può perfino diventare una specie di specchio digitale: cerchi il tuo volto e scopri quanto di te è già pubblico.
Ma la stessa porta può essere attraversata nella direzione opposta. Prendiamo una fotografia scattata per strada. Una persona compare sullo sfondo. Nessun nome, nessun profilo, nessuna informazione. Una faccia qualunque in mezzo a centinaia di altre.
Fino a ieri era semplicemente una faccia. Domani potrebbe essere una ricerca. E questo significa che una fotografia scattata durante una manifestazione, davanti a un locale, in aeroporto o durante un viaggio potrebbe diventare il punto di partenza per cercare altre tracce digitali riconducibili allo stesso volto. Non serve conoscere il nome. Serve sapere che faccia ha.
Naturalmente c’è un particolare fondamentale: un algoritmo non stabilisce automaticamente la verità. Può sbagliare, confondere persone, produrre falsi positivi. Una corrispondenza facciale è un’indicazione che deve essere verificata, non un’identificazione certa. Ma questa precisazione non elimina il problema. Perché una tecnologia non deve essere perfetta per cambiare le regole del gioco. Deve essere semplicemente abbastanza precisa da permettere a qualcuno di trovare il primo indizio. Poi il resto lo fa Internet.
Ed è qui che il concetto di anonimato comincia a perdere consistenza. Perché abbiamo sempre pensato che essere fotografati significasse essere visibili. Non necessariamente identificabili. Quella distinzione sta evaporando. Il nostro volto è sempre stato pubblico. La novità è che adesso può diventare ricercabile. E il volto, a differenza di una password, non possiamo cambiarlo.
Possiamo cambiare nome utente. Possiamo cancellare un profilo. Possiamo modificare una password. Possiamo perfino sparire per qualche tempo dai social. Ma non possiamo fare logout dalla nostra faccia.
Sherlock, in questo senso, è molto più di un’applicazione curiosa. È il simbolo di una trasformazione più grande: quella di un Internet nel quale l’immagine non è più soltanto qualcosa che guardiamo, ma qualcosa che può essere interrogato. Abbiamo passato anni a preoccuparci di cosa lasciavamo scritto su Internet. Adesso dobbiamo cominciare a preoccuparci di ciò che lasciamo vedere.
Perché le parole si possono cancellare. Una faccia no.
E quando anche il volto diventa una chiave di ricerca, l’ultima cosa anonima che ci resta addosso potrebbe essere proprio quella che tutti possono vedere.