Arrivano i Capibara: un partito che non ci fa correre

Stefano Faina
Cronaca
13/08/2026

Ci sono momenti nella storia della politica in cui nasce un partito. E poi ci sono momenti in cui nasce il Partito Capibara. A prima vista sembra una battuta, un meme scappato di mano a Internet, l’ennesima creatura partorita dall’algoritmo tra un video di gatti e una discussione sui massimi sistemi. Invece no. Il capibara esiste davvero, ha un programma politico e, udite udite, punta addirittura alle elezioni del 2027. Il simbolo, del resto, è perfetto: il capibara è l’animale più zen del pianeta, apparentemente impermeabile all’ansia, alle guerre culturali e alla frenesia del mondo contemporaneo. Esattamente l’opposto dell’homo politicus, che negli ultimi anni ha trasformato qualsiasi problema in un talk show e, immediatamente dopo, in una crisi di governo. Dietro l’ironia, però, c’è un progetto molto serio. Il movimento nasce online attorno alle idee del post-lavorismo, del “gratuitismo” e dell’accelerazionismo di sinistra, con riferimenti anche al pensiero di Mark Fisher, filosofo e critico culturale britannico morto nel 2017, autore di Capitalist Realism. Fisher sosteneva che il capitalismo fosse diventato così dominante da apparire privo di alternative e si interrogava, tra le altre cose, sul rapporto fra automazione, lavoro e tempo libero. Una delle sue provocazioni più celebri era che fosse ormai più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. È proprio da questa impossibilità di immaginare alternative che parte la provocazione capibaresca: costruire una società nella quale il lavoro occupi molto meno spazio nella vita delle persone e la tecnologia venga utilizzata per liberare tempo anziché per produrre semplicemente altra produttività. E qui arriva il programma. Primo punto: 24 ore di lavoro alla settimana, distribuite su quattro giorni. Sei ore al giorno, poi tutti a casa. Secondo: salario minimo netto di 1.560 euro al mese, cioè 15 euro netti l’ora. Terzo: la gratuità di quelli che il partito considera i bisogni fondamentali: casa, bollette, trasporti, cibo, istruzione e sanità. Infine, un reddito universale di 500 euro al mese, destinato a crescere insieme al livello di automazione dell’economia. Se state pensando che manchi qualcosa, avete ragione: la patrimoniale. Ma non una patrimoniale timida, di quelle aggirabili con un pizzico di furbizia ed un buon commercialista. Il Partito Capibara propone il 100 per cento di prelievo sui patrimoni superiori ai 6,66 milioni di euro. Una linea che, portata alle estreme conseguenze, significa: se siete abbastanza ricchi, congratulazioni, siete appena diventati patrimonio pubblico. Il ragionamento di fondo, però, non è affatto scemo. Se macchine, intelligenza artificiale e automazione producono sempre più ricchezza e sempre meno lavoro umano necessario, perché dovremmo continuare a organizzare la nostra vita come nel 1950? Perché la produttività dovrebbe servire a lavorare ancora di più invece che a vivere meglio? Il capibara, in fondo, pone una domanda che molti partiti tradizionali evitano accuratamente: che cosa vogliamo fare del tempo che la tecnologia ci sta restituendo? Il problema arriva quando dal manifesto si passa alla calcolatrice. Perché una cosa è immaginare un mondo nel quale casa, cibo, trasporti e servizi essenziali siano garantiti a tutti. Un’altra è spiegare chi paga, quanto costa e come si realizza la transizione in un Paese con un debito pubblico enorme, una pressione fiscale già elevata e vincoli europei difficili da ignorare. Anche la patrimoniale al 100 per cento sui grandi patrimoni solleva problemi economici e costituzionali tutt’altro che marginali.

Ed è qui che si aprono almeno tre scenari.

Il primo è quello del meme: il Partito Capibara diventa il tormentone delle prossime elezioni, raccoglie simpatia, meme e qualche voto di protesta, quindi scompare lentamente nell’oceano digitale.

Il secondo è quello del movimento politico di nicchia: pochi parlamentari, nessuna maggioranza, ma una capacità crescente di spostare il dibattito. In questo caso il capibara potrebbe ottenere qualcosa di più importante di un ministero: costringere gli altri partiti a parlare seriamente di settimana corta, automazione, reddito di base e distribuzione della ricchezza.


Il terzo è il più interessante: che il capibara smetta di essere una mascotte e diventi una provocazione politica. Non necessariamente perché l’Italia sia pronta a lavorare 24 ore, abolire l’affitto e distribuire 500 euro a tutti. Ma perché alcune delle domande poste dal movimento sono destinate a diventare inevitabili.

L’intelligenza artificiale cambierà il lavoro. L’automazione sostituirà mansioni. La produttività aumenterà. E prima o poi dovremo decidere se quella ricchezza servirà a creare nuovi lavori per continuare a lavorare come prima oppure a ridurre il tempo necessario per vivere. E intanto il Capibara ha già capito che, prima ancora di conquistare Palazzo Chigi, deve conquistare un altro luogo molto meno romantico: gli elenchi degli elettori. Per presentarsi alle politiche del 2027 il movimento ha avviato una raccolta di adesioni online, pensata come una sorta di prova generale per misurare il consenso, con l'obiettivo dichiarato di arrivare poi alla raccolta delle firme vere e proprie. Il traguardo indicato dal movimento è di circa 120 mila firme, una cifra superiore alla soglia minima necessaria per superare lo scoglio della presentazione delle liste. Secondo Pagella Politica, infatti, la normativa richiede complessivamente almeno 112.500 firme distribuite nei collegi plurinominali di Camera e Senato. Non bastano dunque i like, i meme e le foto di capibara: a un certo punto bisogna trovare esseri umani disposti a mettere una firma vera. E questa è forse la parte più interessante dell’esperimento. Perché la raccolta firme trasforma il fenomeno social in una verifica concreta. Un conto è dichiararsi capibara con un post, un altro è uscire di casa, firmare e contribuire materialmente a portare quel simbolo sulla scheda elettorale. Il movimento, del resto, ha già fatto sapere di voler passare dalla fase digitale ai banchetti e alla raccolta sul territorio se le prime adesioni dimostreranno l’esistenza di una base reale. Forse il Partito Capibara non arriverà mai a Palazzo Chigi. E forse, prima di arrivarci, dovrà spiegare parecchie cose alla Ragioneria dello Stato. Ma sarebbe un errore liquidarlo soltanto con una risata. Perché dietro un roditore sorridente, un meme e un programma apparentemente impossibile c’è una domanda molto seria: se domani le macchine faranno una parte crescente del lavoro al posto nostro, perché non dovremmo finalmente cominciare a discutere di come redistribuire non soltanto la ricchezza, ma anche il tempo? E questa, capibara a parte, è una domanda alla quale la politica dovrà prima o poi rispondere.