Via Poma, Armando Palmegiani: cautela sul "nuovo" DNA

7 agosto 1990. Roma. Via Carlo Poma. Un grande palazzo giallo. Austero. Silenzioso. Quasi come per una beffa del destino, in quel luogo è già custodito il mistero di un altro omicidio irrisolto, consumatosi appena sei anni prima.
Qui Simonetta Cesaroni, vent'anni, viene uccisa con ventinove coltellate negli uffici dell'Associazione Italiana Alberghi della Gioventù, dove lavorava come segretaria. Da quel giorno iniziano decenni di indagini, piste, sospetti, errori, assoluzioni e colpi di scena. Tante persone finite sotto la lente degli investigatori. Tante ipotesi. Tantissime domande. Ma nessuna verità giudiziaria. Oggi, a trentasei anni da quel pomeriggio d'estate, il caso torna ancora una volta ad affacciarsi sulle pagine di cronaca. Perché potrebbe non aver detto ancora tutto.
Il tempo, inevitabilmente, ha cancellato ricordi, modificato luoghi e cambiato vite. Qualcosa, però, è rimasto immutato: le tracce biologiche repertate sulla scena del delitto e conservate per oltre tre decenni. È proprio da lì che oggi ripartono gli investigatori.
La Procura di Roma ha disposto nuovi accertamenti genetici su otto persone mai iscritte nel registro degli indagati. Si tratta di professionisti che all'epoca frequentavano il palazzo o di soggetti ritenuti vicini agli uffici in cui Simonetta fu uccisa.
L'incarico, conferito lo scorso 4 giugno ai Carabinieri del RIS, prevedeva il confronto tra i nuovi campioni biologici e il materiale genetico isolato sugli indumenti della vittima: il corpetto, il reggiseno e i calzini. Il risultato, almeno per ora, non ha aperto la strada alla svolta tanto attesa. Nessuno dei profili genetici analizzati coincide con le tracce repertate.
Un esito negativo che non chiude l'inchiesta, ma conferma quanto questo delitto continui a sfuggire a ogni tentativo di trovare una risposta definitiva. Via Poma resta uno dei più grandi enigmi della cronaca italiana. Un caso in cui, insieme ai fatti accertati, convivono da sempre suggestioni, ricostruzioni, errori investigativi e interrogativi mai davvero sciolti. Per questo, reputo necessario fare un passo indietro e guardare questa scena del crimine con gli occhi della scienza di oggi. Cosa, rispetto al 1990, le moderne tecnologie forensi potrebbero raccontarci in più e quali elementi, invece, rischiano di essere ormai perduti per sempre?
Ne abbiamo parlato con Armando Palmegiani, per trent'anni nella Polizia Scientifica di Roma, dove ha ricoperto anche il ruolo di vice dirigente della Sezione Omicidi. Esperto di Bloodstain Pattern Analysis, ha partecipato ad alcune delle più importanti indagini degli ultimi decenni: dalla riesumazione di Enrico "Renatino" De Pedis alle analisi sul caso Elisa Claps, fino ai sopralluoghi per il triplice omicidio di Giandavide De Pau, al femminicidio di Sara Di Pietrantonio e al riconoscimento delle vittime italiane dello tsunami. Più recentemente è stato conosciuto dal grande pubblico, come consulente della difesa di Andrea Sempio nel nuovo filone investigativo sul delitto di Garlasco.
A lui abbiamo rivolto alcune domande per provare a distinguere ciò che, oggi, appartiene ai fatti da ciò che, invece, continua ad alimentare uno dei misteri più inquietanti della nostra storia giudiziaria.
Dottor Palmegiani, oggi disponiamo di una traccia genetica che potrebbe avvicinarci all'identità dell'assassino oppure di una traccia che può raccontarci soltanto chi è entrato in contatto con Simonetta? Scientificamente, quanto è grande la distanza tra queste due ipotesi?
“Difficile dirlo. Ricordiamoci che nella precedente riapertura dell'indagine disponevamo di tracce genetiche ritenute più significative, riconducibili al fidanzato di Simonetta, che però venne poi pienamente assolto al termine del processo. All'epoca quelle tracce furono confrontate anche con i profili genetici di una ventina di persone, tra cui un sacerdote indagato per il delitto della Cattolica, l'omicidio di Simonetta Ferrero, avvenuto a Milano il 24 luglio 1971. Oggi, quindi, arrivare a un risultato potrebbe essere persino più difficile di allora."
Partiamo dalla novità investigativa. Che cosa è stato realmente trovato sugli indumenti di Simonetta? Si tratta di una traccia genetica emersa grazie alle tecnologie di oggi oppure di un reperto già individuato nel 1990 ma che solo oggi è stato possibile interpretare con maggiore precisione? Nel 1990 non si aveva a disposizione la tecnologia del dna attuale quindi era proprio impossibile rilevarla. Perché questa differenza cambia il peso investigativo della traccia?
"Questo è un punto molto delicato. Se oggi abbiamo a disposizione una tecnologia che ci permette di rilevare tracce biologiche costituite anche da poche cellule di sfaldamento, corriamo però il forte rischio che quelle tracce siano state lasciate, all'epoca, proprio dagli operatori delle forze dell'ordine. Cerco di spiegarmi meglio. Allora si riusciva a ricavare un'informazione biologica, non il DNA, utilizzando il sistema cosiddetto HLA, molto meno caratterizzante, che poteva essere applicato sostanzialmente solo alle tracce di sangue. Per questo gli operatori non ritenevano di contaminare un reperto toccandolo a mani nude."
Sui vestiti di Simonetta erano già state individuate tracce maschili. Che cosa aggiunge, dal punto di vista scientifico, questa nuova attività del RIS rispetto agli accertamenti eseguiti negli anni passati?
“Vedremo, si dovrà cercare qualche allele che allora non era stato considerato ma che con ogni probabilità poi non avrà le caratteristiche per effettuare comparazioni definitive.”
I DNA delle otto persone sono stati comparati con le tracce presenti sul corpetto, sul reggiseno e sui calzini. Il fatto che questi confronti abbiano dato esito negativo significa che quelle persone possono essere definitivamente escluse oppure significa semplicemente che non sono compatibili con quelle specifiche tracce biologiche?
"Diciamo che, se anche le indagini tecnico-scientifiche le escludono, figuriamoci quelle tradizionali. Dopo trentasei anni le persone dimenticano, sempre che siano ancora in vita."
È possibile che quel DNA appartenga a una persona che abbia avuto un contatto del tutto lecito con Simonetta prima del 7 agosto 1990?
“Credo che questa sia la speranza, anche se non sono molto ottimista”
La famiglia Cesaroni chiede che il materiale genetico venga confrontato attraverso un tampone effettuato direttamente sulle persone interessate. Dal punto di vista scientifico, quanto sarebbe importante poter disporre di un campione biologico diretto, certo e attribuibile senza dubbi alla persona con cui effettuare il confronto?
"Ovviamente molto. È però possibile che gli investigatori abbiano già acquisito un campione informale e che, quindi, siano già al corrente di quale potrebbe essere l'esito degli accertamenti svolti con le dovute garanzie."
Trentasei anni possono cancellare ricordi, consumare prove, cambiare vite. Ma possono anche consegnare alla scienza strumenti che allora non esistevano.
Il DNA, però, non parla da solo. Va interpretato, contestualizzato, confrontato con i fatti. Perché una traccia non è necessariamente un colpevole e una compatibilità non è ancora una prova di responsabilità.
Il delitto di Via Poma continua a ricordarci proprio questo: la tecnologia può riaprire una porta rimasta chiusa per decenni, ma non può sostituire il rigore dell'indagine.
E forse è qui che si gioca ancora oggi la partita più importante. Non cercare una verità che confermi ciò che pensiamo di sapere, ma lasciare che siano le prove, e soltanto le prove, a raccontare finalmente che cosa accadde il 7 agosto 1990, in quell'ufficio di Via Poma.