Welcome to Propaganda

C’è una vecchia regola che attraversa la storia dell’umanità e che, a quanto pare, resiste anche all’epoca degli algoritmi: chi paga il pifferaio, prima o poi, sceglie anche la musica. Cambiano gli strumenti – un tempo erano i giornali di partito, oggi sono le pagine Instagram da milioni di follower – ma il concerto è sempre lo stesso.
L’inchiesta pubblicata da la Repubblica su Welcome to Favelas non racconta semplicemente della pagina fondata da Massimiliano Zossolo e dei suoi rapporti con un programma di finanziamento riconducibile all’universo culturale Maga e quindi agli ambienti trumpiani. Racconta qualcosa di molto più antico: il tentativo del potere di comprare il racconto della realtà. Con una differenza. Una volta si faceva nelle redazioni fumose, tra editori, politici e direttori. Oggi basta un creator, qualche milione di visualizzazioni e un algoritmo ben addestrato.
Secondo la ricostruzione del quotidiano, Welcome to Favelas avrebbe partecipato a un bando promosso dalla Foundation for American Innovation nell’ambito di un progetto dedicato alla “resilienza democratica” nel Sud Europa. Non un bonifico con la causale “propaganda per Trump”, sia chiaro. Sarebbe stato troppo semplice. Il meccanismo, se davvero fosse quello descritto dall’inchiesta, è molto più sofisticato: sostenere la produzione di contenuti su sicurezza, immigrazione, degrado urbano e identità culturale, temi perfettamente coerenti con la narrazione politica del mondo Maga. Lo stesso al quale qualcuno alle nostre latitudini strizzava l’occhio (omaggiandolo mediante lo sfoggio di improbabili cravatte rosse) e che oggi è stato declinato in salsa “remigratoria” dall’estrema destra di mezza Europa.
È qui che la vicenda diventa interessante. Perché la propaganda del XXI secolo non ha più bisogno di manifesti elettorali o di giornali ufficialmente schierati. Preferisce sembrare spontanea. Si traveste da cronaca, da denuncia, da semplice racconto della realtà. Non ti dice necessariamente cosa pensare. Decide piuttosto quali fatti mostrarti e quali lasciare fuori dall’inquadratura. Del resto, anche una telecamera può mentire: basta orientarla nella direzione giusta.
Naturalmente nessuno dovrebbe stupirsi. Il potere prova a influenzare l’informazione da quando questa esiste . Ha finanziato quotidiani, televisioni, fondazioni culturali, riviste, case editrici e perfino intellettuali, a destra come a sinistra. Pensare che quello stesso potere improvvisamente abbia scoperto Instagram sarebbe quasi commovente.
La differenza è che oggi il consenso passa attraverso soggetti che il pubblico percepisce come indipendenti. Una pagina nasce raccogliendo video inviati dagli utenti, documenta episodi di cronaca urbana, conquista milioni di follower grazie all’immediatezza del linguaggio e all’impressione di autenticità. Poi, nel tempo, assume un preciso orientamento culturale. È una scelta del tutto legittima, sia chiaro. Il problema non è avere un’opinione. Semmai nasce quando dietro quella linea editoriale iniziano ad affacciarsi finanziamenti, strategie o interessi che il pubblico ignora.
Ed è proprio questo il punto che va oltre il caso raccontato da Repubblica. Il vero capitale che il potere cerca di acquistare non sono i clic. Sono la fiducia e la credibilità.
Perché una pagina social, esattamente come un giornale, vive di un solo patrimonio: la convinzione dei lettori che ciò che pubblica sia frutto di una scelta editoriale autonoma. Nel momento in cui emerge il sospetto che quel racconto possa essere sostenuto da interessi politici, economici o ideologici, qualcosa si rompe. Non importa nemmeno che quei contenuti siano falsi. Possono essere tutti rigorosamente veri. Ma se la selezione delle notizie viene guidata da chi paga, la percezione cambia radicalmente.
È il paradosso della propaganda contemporanea. Nel tentativo di orientare il consenso finisce per erodere il valore del mezzo che utilizza. Ogni volta che emerge un caso del genere, il danno non riguarda soltanto chi riceve un eventuale finanziamento. Colpisce anche chi continua a fare informazione senza sponsor politici. Perché il sospetto è democratico: si allarga a tutti.
Così il lettore inizia a dubitare di ogni pagina, di ogni giornalista, di ogni creator. Se uno può essere finanziato, perché non anche gli altri? Se dietro un video virale potrebbe esserci una strategia (e spesso c’è), allora ogni contenuto diventa potenzialmente propaganda. È la vittoria più amara per chi cerca di manipolare il dibattito pubblico: trasformare la diffidenza nella regola.
L’inchiesta di Repubblica farà il suo corso e saranno i diretti interessati a chiarire ogni aspetto della vicenda. Ma una riflessione è già possibile. Non riguarda soltanto Welcome to Favelas. Riguarda tutti noi.
Perché il potere continuerà sempre a cercare qualcuno disposto a raccontare il mondo con la sua voce. Lo ha fatto con i giornali, poi con le televisioni, oggi con gli influencer. Domani troverà qualcos’altro.
La vera domanda è se saremo ancora capaci di riconoscere quando un’informazione nasce da una convinzione e quando, invece, nasce da un finanziamento. Perché il giorno in cui smetteremo di distinguere le due cose non avremo soltanto un problema di propaganda. Avremo perso il bene più prezioso che tiene in piedi qualsiasi democrazia: la fiducia in chi racconta la realtà. Per quanto quest’ultima possa piacere o meno.