Esecuzione in diretta: crolla la frontiera morale USA

La proposta di trasmettere in streaming l’esecuzione di Nidal Hasan, l’ex psichiatra dell’esercito condannato per aver ucciso tredici persone nella strage di Fort Hood del 2009, porta gli Stati Uniti sul baratro della dannazione. Non basta che una condanna sia legale per rendere ogni sua rappresentazione consona, comprensibile e accettabile.
L’esecuzione è prevista per il 3 dicembre, mediante plotone d’esecuzione. Come se già questo non bastasse, l'ultima fucilazione USA risale al 1945 nella Francia occupata, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha sostenuto la scelta della diretta con una motivazione esemplare nella sua violenza: "il pubblico deve vedere le conseguenze di certi atti".
Ecco, quando la morte diventa un contenuto da distribuire, la deterrenza rischia di confondersi con la vendetta e la responsabilità pubblica con la ricerca dell’umiliazione, del pubblico ludibrio, appunto. La reazione internazionale è stata durissima. Le Nazioni Unite hanno definito la prospettiva "aberrante", sollevando il rischio di una violazione del divieto di trattamenti crudeli, inumani o degradanti. Le obiezioni, inoltre, non arrivano soltanto dall’opposizione democratica, anche esponenti repubblicani, leader cattolici ed evangelici hanno contestato il progetto. JD Vance, su tutti, ha preso le distanze dalla certezza che la diretta si farà e/o che lui la seguirà.
È una crepa significativa dentro la stessa maggioranza cyberfeudale statunitense. La politica della punizione esibita, della forza come linguaggio e della durezza come prova di autorità non incontra soltanto avversari ideologici. Mette in difficoltà anche chi condivide la condanna a morte di Hasan ma, giustamente, non accetta che lo Stato trasformi un’esecuzione in una trasmissione pubblica. La divisione rivela una tensione che attraversa il conservatorismo americano spingendo ad interrogarsi rispetto la promessa di ristabilire l’ordine e fino dove possa arrivare senza consumare l'anima e i principi che, quello stesso ordine conservatore, dovrebbe difendere.
La questione va oltre il destino di un singolo condannato, è evidente. Per decenni gli Stati Uniti hanno rivendicato una distanza culturale e istituzionale dai regimi che esibiscono la violenza pubblica come dimostrazione di potere. Quella distanza non è mai stata priva di contraddizioni, certo, la pena capitale americana è da tempo contestata anche all’interno del Paese. La diretta, tuttavia, aggiunge un elemento diverso, non limitandosi a esercitare il potere di uccidere e pretendendo che la società assista, trasformando la morte di un deviante in un messaggio politico.
La crisi dei progressismi occidentali, incapaci spesso di offrire risposte convincenti a paure reali, ha contribuito ad aprire spazio a una destra che promette ordine, identità e sicurezza. La domanda di protezione è legittima ma la sua trasformazione in una "bondiana" licenza di uccidere per spettacolarizzare la sofferenza, è tutta un'altra cosa. Una risposta politica non diventa più efficace soltanto perché diventa più brutale. Quando la brutalità viene presentata come intrattenimento educativo, si erodono proprio quei limiti morali che distinguono una democrazia da un potere interessato soprattutto a incutere timore e soggiogare il dissidente.
La fantascienza distopica aveva immaginato un futuro nel quale il potere avrebbe usato la tecnologia per controllare i corpi e governare le coscienze. Non aveva previsto soltanto telecamere, algoritmi e sorveglianza, aveva intravisto anche la trasformazione della violenza in spettacolo, la possibilità che l'orrore diventasse un prodotto da consumare attraverso uno schermo. La frontiera tra le democrazie occidentali e i sistemi che esse accusano di barbarie non può essere custodita soltanto nelle dichiarazioni ufficiali o la cabina elettorale. Deve sopravvivere nelle scelte concrete, soprattutto quando la maggioranza del pubblico potrebbe essere tentata di applaudire.
La domanda torna così all’immagine da cui siamo partiti: un uomo davanti a un plotone d’esecuzione, una telecamera pronta a trasmettere, milioni di schermi potenzialmente accesi per una stream destinata a numeri gargantueschi. Se lo Stato vuole che guardiamo un uomo morire per dimostrarci che è ancora forte, che cosa lo distingue dal più cattivo dei bulli?