Il primo cyberscisma della storia

Per chi nutrisse ancora qualche dubbio sul definire o meno "cyberfeudaleimo" questo incredibile momento storico, è arrivato il "cyberscisma". Un evento epocale, a qualche settimana di distanza da una delle encicliche più influenti di sempre.
Lo strappo tra la Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondata dall'arcivescovo Marcel Lefebvre, e la Chiesa cattolica affonda le proprie radici nel Concilio Vaticano II (1962-1965). Lefebvre contestò le riforme conciliari, in particolare quelle relative alla liturgia, al dialogo ecumenico, alla libertà religiosa e al rapporto con il mondo contemporaneo. La frattura raggiunse il punto di non ritorno il 30 giugno 1988, quando consacrò quattro vescovi senza il mandato pontificio, incorrendo nella scomunica dichiarata da Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Ecclesia Dei.
Nel 2009 Benedetto XVI revocò la scomunica ai quattro vescovi, senza tuttavia sanare lo scisma sul piano canonico. La Fraternità continua infatti a non godere di uno status giuridico regolare nella Chiesa cattolica e le questioni dottrinali rimangono irrisolte. Sotto Papa Francesco vi sono stati alcuni gesti di apertura pastorale, come il riconoscimento della validità delle assoluzioni sacramentali e alcune facoltà relative ai matrimoni, ma la piena comunione non è mai stata ristabilita.
Negli ultimi decenni ogni grande religione monoteista sembra aver visto emergere, o riemergere, una propria corrente identitaria radicale, convinta che la modernità rappresenti un tradimento delle origini. Pur con modalità profondamente diverse e incomparabili sul piano della violenza, si è assistito alla crescita di movimenti che interpretano il compromesso con il pluralismo come una resa culturale.
Un meccanismo, però, è comune. Quando una comunità percepisce di perdere centralità, tende a produrre al proprio interno movimenti che promettono un ritorno alla purezza originaria. Una dinamica che riguarda la sociologia prima ancora della teologia.
In questo scenario la politica ha svolto un ruolo decisivo. L'affermazione di governi nazional-populisti in diverse aree del mondo ha favorito un linguaggio fondato sulla contrapposizione identitaria. La solita insalata di riso: popolo contro élite, tradizione contro modernità, nazione contro globalizzazione. Le religioni non sono rimaste immuni da questo clima. Anzi, in molti casi sono diventate strumenti simbolici di una battaglia culturale che trascende la fede e investe il terreno dell'identità collettiva.
Il rischio è che si sviluppi una sorta di competizione tra radicalismi, nella quale ogni estremismo giustifica la propria esistenza indicando quello dell'altro come minaccia. È una spirale che trasforma il dialogo in scontro permanente e la fede in appartenenza militante.
Lo scisma lefebvriano ricorda, allora, che nessuna tradizione religiosa è impermeabile alle tensioni del proprio tempo. Quando la religione viene chiamata a definire chi appartiene e chi deve essere escluso, smette progressivamente di essere soltanto una questione spirituale e diventa terreno di conflitto politico. Ora bisogna impedire che le identità religiose finiscano per assomigliare alle ideologie che pretendono di combattere.