Pedro Sánchez. Quando difendere il diritto diventa radicale

Federico Tantillo
Esteri
25/09/2026

Un applauso e una domanda


Per qualche secondo Pedro Sánchez non parla più. Nell’aula dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite si alza un applauso. È la conclusione di un discorso duro, pronunciato dal presidente del governo spagnolo davanti ai rappresentanti del mondo. Poco prima Sánchez ha ricordato un principio che dovrebbe apparire quasi banale: l’umanità ha impiegato secoli per sostituire il diritto del più forte con la forza del diritto. La domanda, allora, non è soltanto perché Sánchez sia stato applaudito. È un’altra. Perché parole così antiche, oggi, sembrano così nuove?



Egoismo, ignoranza, crudeltà


Sánchez sale alla tribuna dell’ONU dichiarando subito il proprio obiettivo: difendere ciò che, a suo giudizio, molti stanno cercando di distruggere. Non parla soltanto delle guerre. Parla dell’idea stessa sulla quale, ottantuno anni fa, nacquero le Nazioni Unite: costruire un luogo nel quale gli Stati, anche quando hanno interessi diversi e spesso contrapposti, accettino l’esistenza di regole comuni.

Per descrivere le forze che oggi mettono in discussione quell’idea utilizza tre parole: egoismo, ignoranza, crudeltà. L’egoismo di chi considera il mondo un gioco nel quale, perché qualcuno vinca, qualcun altro deve necessariamente perdere. L’ignoranza di chi pensa che esistano Paesi abbastanza potenti da non avere bisogno degli altri. La crudeltà di chi riesce a guardare un bambino affamato o un ospedale distrutto senza interrogarsi più. È un giudizio politico molto netto. E naturalmente può essere condiviso o contestato.

Ma il punto più interessante arriva subito dopo. Secondo Sánchez, la crisi delle Nazioni Unite non dimostrerebbe semplicemente il fallimento del multilateralismo. Alcuni governi, sostiene, prima contestano le regole, poi le violano, indeboliscono gli organismi internazionali, ne riducono le risorse e infine indicano la loro impotenza come prova della loro inutilità. Non il fallimento delle istituzioni, dunque. La produzione del loro fallimento.



La forza e il diritto


È qui che il discorso diventa più difficile. Perché difendere le istituzioni internazionali non significa fingere che funzionino perfettamente. Sánchez stesso ne riconosce limiti e contraddizioni. E propone di riformare il Consiglio di Sicurezza, superare il diritto di veto dei membri permanenti, rafforzare la Corte penale internazionale. Poi porta il ragionamento dentro le guerre del nostro tempo. Parla dell’aggressione russa all’Ucraina e delle sanzioni contro Mosca. Parla di Gaza e dell’embargo spagnolo sulle armi al governo Netanyahu. Definisce ciò che avviene nella Striscia un genocidio Rivendica la scelta della Spagna di non aumentare la spesa militare fino al 5 per cento del PIL.

Sono posizioni politiche precise. Non occorre condividerle tutte per cogliere la domanda che le tiene insieme. Esiste ancora una regola capace di limitare la forza quando a esercitarla è qualcuno abbastanza potente da ignorarla? Perché il diritto è relativamente facile da difendere quando viene applicato agli altri. Diventa molto più difficile quando limita noi, i nostri alleati, i nostri interessi. Ed è proprio allora che si misura la sua forza.



Quando rispettare le regole costa


Forse è questo il passaggio più importante del discorso di Sánchez. Non l’attacco a questo o quel leader. Non Gaza, non l’Ucraina, non Trump, Netanyahu o Putin presi singolarmente. Il punto è l’idea che possa tornare normale un mondo nel quale la potenza precede la regola. Le Nazioni Unite sono nate dopo una guerra che aveva mostrato fin dove può arrivare un mondo senza limiti sufficienti alla forza. Non hanno cancellato le guerre. Non hanno impedito crimini, invasioni, massacri. E le grandi potenze hanno spesso applicato il diritto internazionale in maniera selettiva.

Ma l’imperfezione di una regola non equivale alla sua inutilità. Così come l’incoerenza di chi qualche volta la difende e qualche volta la viola non rende meno necessario chiedere che quella regola valga per tutti. Alla fine del suo intervento Sánchez immagina le generazioni future che guarderanno alla nostra epoca e ci chiederanno che cosa abbiamo fatto quando alcuni Paesi hanno cominciato a infrangere le regole e altri hanno preferito voltarsi dall’altra parte.

È una domanda politica. Ma forse, prima ancora, è una domanda sulle istituzioni. Perché le istituzioni servono soprattutto quando rispettarle diventa scomodo. Quando impongono un limite. Quando impediscono alla forza di essere l’unico argomento disponibile. Per questo, dopo quel lungo applauso all’Assemblea generale, rimane una domanda che riguarda molto più Pedro Sánchez della Spagna. Come siamo arrivati al punto che difendere la forza del diritto possa sembrare un gesto radicale?