Caso Genini, il perdono non è un diritto

Beatrice Maria Merolla
La nera
07/10/2026

Chiedere perdono è umano. Pretenderlo, no.

Questa, la distanza che separa chi ha commesso un delitto da chi, quel delitto, lo deve indossare per il resto della vita. La richiesta di perdono di Gianluca Soncin è arrivata lo scorso 5 ottobre, in aula, davanti alla Corte d’Assise di Milano. Era la prima volta che l’imputato prendeva la parola nel processo per l’omicidio di Pamela Genini. Seduto accanto ai suoi avvocati, ha chiesto di rendere dichiarazioni spontanee e ha letto a bassa voce, da un foglio scritto a mano, poche righe rivolte alla famiglia della ragazza. Ha detto di essere consapevole del dolore provocato, di comprendere il peso delle proprie azioni e, soprattutto, di sapere che «il perdono non si può pretendere».


La risposta della famiglia è arrivata attraverso l’avvocato della madre, Nicodemo Gentile: «Parole di plastica, insignificanti, che non tolgono nulla». Ma è stato il resto delle sue parole a spiegare forse meglio di qualunque altra cosa perché, per una madre, quelle scuse possano essere impossibili da accettare: «Doveva accettare quelle scuse che Pamela gli faceva, quando lui la trascinava per i capelli sul balcone e lo implorava di non ucciderla. Là si doveva fermare». Una frase durissima, che contiene il punto centrale di questa storia.


Anche perché, Pamela quel perdono, non ha potuto chiederlo a nessuno. Era lei, quella sera, a chiedere che la violenza finisse, nel mezzo di un ciclone di sangue che, secondo la ricostruzione dell’accusa, si sarebbe esaurito solo dopo 76 coltellate. Scuse, dunque, che non possono riguardare, soltanto, la sincerità. Riguardano, soprattutto, il momento in cui arrivano. Riguardano tutto ciò che è accaduto prima. Per una famiglia, il perdono non è una tappa obbligata del lutto. Non è qualcosa che prima o poi deve, necessariamente, arrivare per poter dire di essere andati avanti. È una scelta che potrebbe, anche, non arrivare mai. Il problema è che spesso, quando parliamo di perdono, finiamo per spostare il peso della responsabilità proprio su chi ha già pagato il prezzo più alto. Come se accettare le scuse fosse una forma obbligata di espiazione e come se, allo stesso tempo, rifiutarle significasse restare prigionieri del rancore.


Non è così. Una madre può decidere di perdonare, può farlo dopo un anno, dopo dieci, oppure mai. Può ascoltare le parole di chi ha ucciso suo figlio e trovare, dentro quelle parole, qualcosa che le permetta di elaborare il dolore. Ma può anche non riuscire a farlo e nessuno dovrebbe, mai, sentirsi autorizzato a giudicare quella scelta. Ancora di più quando parliamo di femminicidi, in molti di questi casi l’omicidio non rappresenta, semplicemente, l’esplosione improvvisa di una violenza, quanto l’ultimo atto di una dinamica che può essere durata mesi o anni. Controllo, possesso, isolamento, manipolazione, minacce. Una relazione nella quale la libertà dell’altra persona viene progressivamente ridotta fino a diventare un problema da eliminare. Il femminicidio, allora, non può essere letto soltanto attraverso il momento in cui una donna viene uccisa. Bisogna guardare anche a ciò che è accaduto prima e proprio per questo, davanti a una richiesta di perdono, una famiglia può trovarsi davanti a un paradosso terribile: le parole arrivano quando la persona che avrebbe dovuto riceverle non c’è più e quando, forse, le occasioni per fermarsi erano già state molte.


Nel caso di Pamela, sempre secondo la ricostruzione accusatoria, la decisione della giovane di interrompere la relazione avrebbe rappresentato il punto di rottura, l'innesco. La violenza scaturita sarebbe arrivata dopo una fase di pressione e minacce. Sono elementi che dovranno essere valutati nelle sedi giudiziarie competenti, ma che restituiscono una dinamica che conosciamo fin troppo bene: quella in cui la fine di una relazione viene vissuta dall’uomo come una perdita di controllo sulla donna.


E, allora, il perdono diventa ancora più difficile. Perché una famiglia non deve soltanto affrontare la morte di una figlia. Deve confrontarsi con tutto quello che quella figlia può aver vissuto prima di morire. Con ciò che forse non aveva raccontato. Con le paure che oggi acquistano un significato diverso. Con le domande che non potranno più avere una risposta. Naturalmente non possiamo sapere cosa ci sia davvero dietro una richiesta di perdono. Può esserci un pentimento autentico. Può esserci il bisogno di assumersi una responsabilità. Può esserci anche una componente legata alla propria condizione processuale. Sarà la giustizia, con gli strumenti che ha, a valutare fatti e comportamenti. Ma c’è una cosa che non dovrebbe essere affidata a un tribunale, né a un’opinione pubblica: la decisione di una famiglia di perdonare. Il perdono non è una parte della pena. Non è una ricompensa per chi ammette le proprie colpe.


Non è nemmeno una dimostrazione di forza da parte di chi è rimasto, anzi, è qualcosa di profondamente più intimo e personale. Dovremmo smettere di chiedere alle famiglie delle vittime di mostrarci quanto sono capaci di perdonare e cominciare, invece, a rispettare anche la loro incapacità di farlo, chi ha perso una figlia non deve dimostrare a nessuno di essere andato avanti. Può farlo portandosi dietro il dolore. Può farlo scegliendo il perdono, oppure può semplicemente dire: no, io queste scuse non riesco ad accettarle. Anche quel "no" merita rispetto.