Bologna, il dubbio e la Repubblica

Federico Tantillo
Politica
05/08/2026

Ogni anno, alle 10.25 del 2 agosto, l'orologio della stazione di Bologna continua a segnare la stessa ora. È fermo da quarantasei anni. Non ricorda soltanto l'esplosione che il 2 agosto 1980 provocò ottantacinque morti e oltre duecento feriti. Ricorda una ferita che nessuna democrazia può permettersi di dimenticare. Anche quest'anno, però, nei giorni successivi alla commemorazione, il dibattito pubblico si è concentrato soprattutto sulle polemiche suscitate dalle presenze istituzionali e dalle dichiarazioni di alcuni rappresentanti dello Stato. È inevitabile che accada. Ma proprio quelle polemiche suggeriscono una domanda che va oltre la cronaca.

Come dovrebbe comportarsi una Repubblica davanti alle proprie ferite? Per provare a rispondere occorre anzitutto distinguere ciò che troppo spesso viene confuso.

La memoria appartiene alla Repubblica. Non a una parte politica. Non ai governi che si alternano. Appartiene alla comunità nazionale, che attraverso il ricordo rinnova il dovere di non dimenticare. La giustizia ha un compito diverso. Attraverso il processo accerta responsabilità personali secondo le regole dello Stato di diritto. Le sentenze definitive non esauriscono il lavoro degli storici, ma rappresentano il punto di riferimento delle istituzioni democratiche. La storia continua invece a interrogarsi. È giusto che lo faccia. Nuovi documenti, nuove testimonianze e nuove ricerche possono contribuire a comprendere meglio una stagione complessa come quella delle stragi. Ma la ricerca storica non può essere confusa con il giudizio pronunciato dai tribunali, così come una sentenza non pretende di chiudere definitivamente il lavoro degli storici.

Esiste, prima ancora delle conclusioni, un metodo. Giovanni Falcone ci ha insegnato che i grandi delitti della Repubblica si affrontano seguendo le prove, non le suggestioni; distinguendo ciò che è accertato da ciò che resta oggetto di ricerca. È un metodo investigativo, ma anche un metodo civile. Ed è forse la lezione più attuale che ci ha lasciato.

La mia formazione civile e politica si è intrecciata, fin dagli inizi degli anni Ottanta, con il radicalismo pannelliano. Negli anni Novanta quel rapporto è diventato più intenso grazie al lavoro svolto a Teleroma 56. Dal 2007 è diventato quotidiano attraverso l'attività editoriale per Nessuno tocchi Caino. Ho avuto così modo di conoscere da vicino i termini di uno dei dibattiti più controversi nella storia del radicalismo: quello riguardante la responsabilità degli esecutori materiali individuati dalle sentenze sulla strage di Bologna.

Da quella esperienza ho conservato una convinzione che il tempo non ha fatto che rafforzare. Il dubbio è una virtù della coscienza individuale. Il rispetto delle istituzioni dello Stato di diritto è un dovere civico. Sempre.

Per questo ho faticato a comprendere quanto accaduto nei giorni della commemorazione. Non perché le istituzioni debbano rinunciare al diritto di discutere la storia. Al contrario. Ma perché esiste una differenza profonda tra il diritto della ricerca storica di continuare a interrogarsi e il dovere delle istituzioni di custodire la memoria comune della Repubblica.

Le istituzioni parlano anche attraverso le loro presenze, le loro assenze e le parole di chi le rappresenta. Per questo il messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha richiamato con nettezza la matrice eversiva neofascista della strage, il ruolo dei depistaggi e il valore del lavoro compiuto dalla magistratura, rappresenta un punto di riferimento importante. Allo stesso modo, le polemiche nate attorno alla partecipazione delle più alte cariche dello Stato e alcune dichiarazioni rese nei giorni dell'anniversario meritano una riflessione seria, proprio perché riguardano il modo in cui la Repubblica rappresenta sé stessa davanti alla più grave strage della sua storia.

Non credo che una democrazia debba avere paura del dubbio. Sarebbe un errore. Il dubbio è il motore della ricerca, della conoscenza, perfino della libertà. Ma il dubbio non può diventare un alibi per indebolire le istituzioni democratiche. Il dubbio senza istituzioni rischia di trasformarsi in arbitrio. Le istituzioni senza dubbio rischiano di trasformarsi in dogma. La democrazia vive dell'equilibrio fra questi due valori.

Ogni 2 agosto l'orologio della stazione continua a segnare le 10.25. Ci ricorda che il tempo passa, che la ricerca storica continua, che il confronto resta aperto. Ma ci ricorda anche qualcosa di ancora più importante: una Repubblica non chiede ai suoi cittadini di rinunciare al dubbio. Chiede qualcosa di più difficile: esercitarlo senza smettere di rispettare le istituzioni che rendono possibile la libertà di tutti.