Emma. Quelle mani, la libertà

È piccola, ma è forte
Emma Bonino è morta, ieri, a 78 anni.
Leggo la notizia. Mi ritrovo con la memoria, di colpo, alla mattina di Pasqua 2019. Massimo Bordin non c'è più da quattro giorni. A Roma manifestiamo, sotto l'Altare della Patria, perché Radio Radicale rischia di chiudere. Vado con mio figlio Michele, allora sedicenne. A pochi metri da noi è seduta Emma. Piccola, quasi ripiegata dentro un cappottino leggero. La indico a Michele.
«Vedi, c'è Emma Bonino». Lui la guarda: «Non l'avrei riconosciuta. È piccola». «Sì Miche', è piccolina, ma è forte, tenace, come sanno essere i radicali». Oggi, pensando a Emma, quella frase pronunciata quasi distrattamente a mio figlio mi sembra raccontare molto di lei.
Rendere possibile l'impossibile
La storia politica di Emma Bonino comincia negli anni Settanta con il Partito Radicale e con una battaglia che allora significa anche arresti e disobbedienza civile: quella per l'aborto.
Da lì attraversa più di mezzo secolo di storia italiana ed europea. Deputata, parlamentare europea, commissaria europea, ministra, ministra degli Esteri. Ma elencare gli incarichi dice poco. Dicono molto di più le battaglie. I diritti civili, la fame nel mondo, la giustizia internazionale, le mutilazioni genitali femminili, le donne afghane, l'Europa, la moratoria universale sulla pena di morte. Battaglie spesso considerate impossibili quando cominciano. Alcune vinte, altre no. Perché essere radicali ha significato anche questo: non misurare la necessità di una lotta sulla probabilità di vincerla.
Emma e Marco
Raccontare Emma soltanto come erede di Marco Pannella sarebbe ingiusto per entrambi. Hanno condiviso una parte enorme della loro vita politica, ma sono stati personalità differenti, autonome, capaci anche di scontrarsi e prendere strade diverse. Eppure appartenevano a una stessa straordinaria capacità di trasformare la politica in comunicazione. Non la comunicazione come marketing, slogan, social network. Qualcosa di molto più antico e insieme più moderno: mettere il proprio corpo dentro una battaglia.
Digiuni, disobbedienze civili, arresti, marce, referendum. Rendere visibile ciò che altri preferivano non vedere. Anche Emma possedeva questa capacità. Una donna fisicamente minuta poteva entrare in un luogo e costringere una questione apparentemente marginale a diventare politica.
La bussola delle istituzioni
C'è però un altro tratto di Emma che non va separato dalla radicalità: il senso delle istituzioni e del diritto. La disobbedienza civile radicale non significa disprezzo della legge. Significa violarla apertamente quando la si ritiene ingiusta, assumendosene la responsabilità, per provare a cambiarla attraverso le istituzioni.
Emma attraversa così Parlamento italiano ed europeo, Commissione europea e governo senza perdere quella bussola. Negli ultimi anni torna al Senato, lavora sulle politiche europee e sui diritti umani e continua con +Europa la battaglia per un'Europa più unita, fino al progetto degli Stati Uniti d'Europa.
La radicale che da ragazza si autodenuncia per l'aborto clandestino diventa ministra degli Esteri della Repubblica. Non vedo una contraddizione. Vedo una continuità: il diritto come strumento della libertà e le istituzioni come luogo nel quale quella libertà deve diventare diritto.
Le mani di Rita ed Emma
Quella domenica del 2019 accade una cosa quasi invisibile, ma enorme. Rita Bernardini si avvicina a Emma. La prende per mano, la fa alzare e la porta davanti al microfono. Emma, come spesso fa, sembrava schermirsi: quasi a dire che non fosse importante che parlasse proprio lei.
Rita continua a tenerle la mano finché Emma non comincia a raccontare gli inizi di Radio Radicale e la testardaggine di Pannella nel costruire quella straordinaria avventura.
Io continuo a osservare quelle due mani. Quella sera scriverò, in un post su Facebook: «Unità nella diversità. Fratellanza nella lotta. Tenacia condivisa. Capacità di sorreggersi l'un con l'altro». Non eravamo tutti uguali. Non lo siamo mai stati. E forse proprio questo è stato uno dei segreti della nostra forza. Una cara amica, la più anziana dirigente radicale, la donna che mi aveva accolto a via di Torre Argentina 18 nel 1980 (anche lei ci ha lasciato, sempre in quel 2019 che mischia dolori e speranze come spesso la vita fa), legge e mi scrive: "Irrimediabilmente radicale".
Irrimediabilmente radicale
Oggi la mia casa politica è fuori da Torre Argentina. La galassia radicale non esiste più, almeno per ciò che è stata per decenni, finché Marco Pannella è stato in vita. Eppure continuo a dirmi radicale. Continuo a lottare con alcuni radicali, a condividere battaglie, idee, pezzi di strada.
Quella comunità larga che ho conosciuto non esiste più nella stessa forma. Il mondo radicale è molto diviso.
Non credo però sia scomparso ciò che quelle due mani raccontavano. La capacità di riconoscersi nella diversità. Di difendere insieme una battaglia. Di sorreggersi quando serve. Di comunicare con un gesto qualcosa che cento discorsi non riuscirebbero a spiegare.
Nel 2019 scrissi che l'immagine di Rita ed Emma che si tenevano per mano mi sarebbe rimasta dentro per sempre. Massimo Bordin non c'era, quella mattina della Pasqua 2019, eppure la sua voce, che usciva dagli altoparlanti (il suo ultimo discorso, di circa due mesi prima, a difesa di Radio Radicale) sembrava scuotere l'aria, le coscienze, con la forza di una presenza fisica. Marco Pannella non c'era più già da tre anni, quella mattina. Ma la sua energia era palpabile, presente.
Da oggi non c'è più neanche Emma. E torno a quelle due mani. Mi ricordano qualcosa che abbiamo in parte perduto. Ma soprattutto qualcosa che vale ancora la pena provare a ritrovare. Dobbiamo, ritrovare.