Giorgia Meloni tra due fuochi, nucleari

C’è un momento, nella parabola di ogni leadership, in cui le alleanze smettono di essere risorse e diventano zavorre. È esattamente il punto in cui si trova oggi Giorgia Meloni, stretta tra due poli che condividono un tratto comune, il populismo sovranista, ma che agiscono su piani profondamente diversi. Parliamo di Vladimir Putin e Donald Trump, o Scilla e Cariddi se osservati dal punto di vista europeo.
Gli attriti espliciti e diplomatici delle ultime settimana, su entrambe i fronti, mostrano proprio come il governo italiano sia adesso al centro di due fuochi, entrambi "nucleari".
Nel caso di Putin, il terreno era noto. L’ambiguità di una parte della destra europea verso Mosca è una storia lunga, fatta di fascinazioni ideologiche e calcoli energetici. Meloni, sin dal suo insediamento, ha scelto una linea chiara, fatta da atlantismo, sostegno all’Ucraina, rottura con ogni vecchia tentazione filorussa. Una scelta che le ha garantito credibilità internazionale ma che la espone costantemente a tensioni interne, soprattutto con quelle componenti della sua area politica meno inclini a una rottura netta con il Cremlino.
Ma è sull’altro fronte che si gioca la partita più insidiosa. Il rapporto con Trump, che inizialmente sembrava un vantaggio competitivo, un asse Roma-Washington fondato su affinità ideologica, retorica anti-establishment e visione sovranista si sta rivelando molto meno stabile del previsto. Il punto è che Trump non è più il polo coerente di un blocco politico, quanto più una forza centrifuga, capace di spostarsi, contraddirsi, ridefinire continuamente le proprie priorità. Il chaos.
Quello che per Meloni era un alleato naturale si è trasformato in un interlocutore imprevedibile. Qui emerge il vero problema: il crollo della polarità trumpiana. Non esiste più un campo chiaramente definito in cui posizionarsi. Esiste un leader che costruisce consenso anche attraverso rotture improvvise, prese di distanza, persino dagli stessi alleati ideologici.
Per Meloni questo significa perdere un punto di riferimento, l’asse sovranista, rete internazionale alternativa, si sgretola proprio nel momento in cui servirebbe maggiore coesione.
Il risultato è una pressione doppia: da un lato la necessità di mantenere una linea occidentale solida contro Putin; dall’altro l’impossibilità di contare su un Trump stabile e prevedibile.
È qui che si misurerà l'effettiva maturità politica della leadership meloniana. Non più nella capacità di cavalcare un’onda, ma in quella di navigare quando il mare cambia improvvisamente direzione.