Gloria Steinem, quando le donne fecero la rivoluzione

Per capire quanto sia cambiato il mondo bisogna, qualche volta, provare a immaginare quello in cui Gloria Steinem ha cominciato a vivere. Un mondo nel quale una donna poteva essere intelligente, brillante, ambiziosa, ma difficilmente poteva essere tutte queste cose insieme senza chiedere il permesso. Un mondo nel quale il lavoro, il matrimonio, la maternità e persino il proprio corpo sembravano appartenere a un ordine naturale delle cose. Un ordine che, semplicemente, non si discuteva.
Gloria Steinem ha passato gran parte della sua vita a discuterlo.
È morta il 2 settembre, nella sua casa di New York, a 92 anni. E con lei se ne va una delle figure che più di ogni altra hanno dato un volto, una voce e soprattutto un linguaggio al femminismo della seconda metà del Novecento.
La sua rivoluzione, però, non cominciò da una piazza. Cominciò da una storia raccontata sui giornali.
Nel 1963 Steinem entrò sotto copertura nel Playboy Club di New York fingendosi una coniglietta. Aveva 28 anni e ne uscì con un’inchiesta sulle condizioni di lavoro delle ragazze, sul sistema di sfruttamento e sull’ipocrisia di un’industria che vendeva l’immagine della libertà sessuale mentre imponeva alle donne regole, gerarchie e umiliazioni. Quel reportage la rese famosa, ma soprattutto le fece capire che dietro molte delle storie apparentemente private delle donne esisteva una questione politica.
La vera svolta arrivò qualche anno dopo.
Nel 1969 partecipò a un incontro sull’aborto. Per Steinem fu un momento di rivelazione: aveva vissuto personalmente un aborto clandestino a 22 anni e improvvisamente comprese che quella che aveva considerato una vicenda intima era in realtà parte di una condizione condivisa da milioni di donne.
Da quel momento la sua vita cambiò direzione.
Steinem diventò giornalista, scrittrice, organizzatrice, attivista. Ma soprattutto diventò una straordinaria interprete di una trasformazione sociale che era già in corso. Il suo talento fu quello di prendere questioni considerate private e portarle nel cuore del dibattito pubblico.
Il corpo. Il sesso. La maternità. Il lavoro. La violenza domestica. Le molestie. La discriminazione salariale. Il diritto all’aborto. La rappresentanza politica.
Questioni che per generazioni erano rimaste chiuse dentro le case cominciarono a essere discusse nelle università, sui giornali, nei parlamenti e nelle piazze.
Nel 1971, insieme ad altre protagoniste del movimento, Steinem contribuì alla nascita del National Women’s Political Caucus, con l’obiettivo di portare più donne nella politica americana. Ma fu soprattutto la nascita di Ms. Magazine a trasformare la sua battaglia in un fenomeno culturale.
Ms. non voleva essere semplicemente una rivista per donne. Voleva cambiare il modo in cui le donne venivano raccontate.
Niente più donne soltanto come mogli, madri, consumatrici o oggetti del desiderio. Le donne diventavano persone con un’identità politica, economica e sociale autonoma. Era un passaggio enorme, perché significava mettere in discussione non soltanto alcune leggi, ma un’intera rappresentazione della realtà.
Ed è forse qui che si trova la parte più importante dell’eredità di Steinem.
Lei non si limitò a combattere per ottenere diritti. Combatté per cambiare l’immaginario che rendeva quei diritti necessari.
Fu anche una figura controversa. Troppo famosa, secondo alcuni. Troppo vicina alla politica democratica, secondo altri. Troppo privilegiata per rappresentare tutte le donne. Il suo ruolo all’interno del femminismo fu più volte discusso e criticato, anche dall’interno del movimento. Ma Steinem non smise mai di sostenere l’idea che la battaglia per l’uguaglianza non potesse essere separata da quelle contro il razzismo, la povertà e le discriminazioni sociali.
Nel corso degli anni contribuì alla nascita di numerose organizzazioni, continuando a considerare l’informazione uno degli strumenti fondamentali per cambiare la società.
Il riconoscimento istituzionale arrivò nel 2013, quando Barack Obama le conferì la Presidential Medal of Freedom, la più alta onorificenza civile americana.
Ma forse il modo migliore per misurare l’importanza di Gloria Steinem non è guardare ai premi.
È guardare alle parole che oggi utilizziamo.
“Molestie sessuali”, “diritti riproduttivi”, “parità”, “discriminazione”, “rappresentanza”. Oggi fanno parte del vocabolario quotidiano. Quando Steinem cominciò a parlarne, molte di quelle parole non avevano ancora il peso politico che hanno acquisito.
Il suo vero talento fu quindi quello di trasformare l’esperienza individuale in coscienza collettiva.
Una donna che si sentiva sola scopriva di non esserlo. Una donna che pensava di avere un problema personale scopriva che quel problema apparteneva a milioni di altre donne. E quando un problema diventa collettivo, inevitabilmente diventa politico.
Steinem ha attraversato il Novecento proprio nel momento in cui il Novecento cambiava pelle. Ha visto nascere la seconda ondata femminista, la rivoluzione sessuale, le battaglie per i diritti civili e la progressiva conquista di spazi sociali e professionali che sembravano appartenere esclusivamente agli uomini.
Non ha inventato quella rivoluzione. Ma le ha dato una lingua.
E forse è questa la ragione per cui la sua morte non chiude davvero una storia.
Perché Gloria Steinem appartiene a una generazione che ha combattuto per poter dire che certe cose non erano più accettabili. La generazione successiva ha trasformato quelle battaglie in diritti. Quella venuta dopo ancora le ha trasformate in aspettative.
È così che cambia davvero una cultura: quando ciò che una generazione ha dovuto conquistare con fatica diventa, per quella successiva, semplicemente normale.
Steinem lo aveva capito. E forse per questo, anche negli ultimi anni, continuava a parlare non tanto di sé quanto della necessità di lasciare spazio alle nuove generazioni.
A 92 anni se ne va una delle grandi protagoniste culturali del Novecento. Ma la sua eredità non è una statua, né una fotografia, né una copertina di Ms.
È quella domanda che ancora oggi continua a mettere in discussione ogni certezza: perché le cose devono essere necessariamente così?
La domanda che apre ogni rivoluzione.
Stefano Faina