Il piano inclinato della frana di Niscemi

La Sicilia riesce sempre a donare una sorta di consapevolezza malinconica. Si sa che certe cose accadono, si denunciano, si indagano, eppure restano parte di un paesaggio più ampio, quasi inevitabile. La frana di Niscemi, allora, diventa metafora. Non solo di un terreno che cede, ma di un sistema che scivola lentamente, senza mai crollare del tutto, ma senza nemmeno trovare davvero un punto di stabilità.
La frana di Niscemi è, prima di tutto, un fatto concreto: un movimento del terreno che ha messo a rischio abitazioni, sicurezza pubblica e stabilità di un territorio fragile. Ma, come spesso accade in Sicilia, il dato geologico si trasforma rapidamente in un fatto politico e giudiziario. Perché dietro quella frana non ci sono solo piogge e dissesto, ma anni, forse decenni, di gestione del territorio.
Le indagini hanno finito per lambire, direttamente o indirettamente, quattro presidenti della Regione Siciliana, aprendo uno scenario quasi surreale: una porzione significativa della storia amministrativa recente dell’isola che viene messa sotto la lente. Non il singolo atto, non l’errore circoscritto, ma un arco temporale che sfiora i vent’anni. Un tempo lungo abbastanza da attraversare guerre al crimine sotto stagioni politiche diverse, promesse di cambiamento, riforme annunciate e mai completate.
Qui emerge un’amara ironia, tutta siciliana.
Perché quando un’inchiesta arriva a sfiorare così tanti livelli e così tanti anni, il rischio è quello di trovarsi davanti non a una responsabilità precisa, ma a una responsabilità diffusa, quasi evaporata nel tempo. Tutti e nessuno. Un sistema più che un singolo errore. Come se, per comprendere davvero cosa è accaduto, si dovesse risalire indietro fino a un tempo mitico.
La prossima volta, Federico II e Ulisse verranno raggiunti da avvisi di garanzia?
In find dei conti della Sicilia ci preoccupa meno la caduta, che la sua abitudine alla pendenza.