Sanità pubblica e territorio: parla Antonello Aurigemma

Romina Caprera
Politica
11/05/2026

Oggi abbiamo intervistato Antonello Aurigemma, presidente del Consiglio regionale del Lazio, con cui abbiamo affrontato uno dei temi più delicati e centrali del dibattito pubblico: la sanità. Un confronto ampio che ha toccato il futuro del servizio sanitario regionale, il rapporto tra sanità pubblica e privata convenzionata, il ruolo della prevenzione e la necessità di rafforzare la medicina territoriale. 


La sanità nel Lazio

“La sanità è un tema delicato. Nelle tante attività che ho svolto, dal municipio al Comune, se fai degli errori rechi disagi; sulla sanità, purtroppo, quando fai degli errori non riesci più a recuperare. Penso sia importante trovare una sinergia tra le forze politiche e istituzionali per la salvaguardia della salute dei cittadini e il lavoro che viene portato avanti è delicato e fondamentale.

Per trent’anni abbiamo stanziato risorse per aumentare i posti letto nei pronto soccorso, ma oggi dobbiamo investire per evitare che le persone finiscano lì. Oltre il 60% degli accessi ai pronto soccorso è infatti inappropriato. La grande sfida è la presa in carico del paziente, anche attraverso l’apertura delle Case di Comunità. Il lavoro da fare è passare da una medicina ospedaliera a una medicina del territorio.

Dalla pandemia in poi si è tracciata una linea precisa, che abbiamo superato grazie alla capacità di tutti gli attori protagonisti della sanità, dai farmacisti al personale medico, perché noi italiani diamo il meglio proprio nei momenti di difficoltà.”


Le tre sanità

“La pandemia ha coinvolto tutti, a prescindere dai colori politici, e da quel momento è nato un nuovo approccio. Il Pnrr si è inserito con un’importante quantità di risorse per aprire nuove strutture, perché proprio durante il Covid abbiamo capito quanto fosse difficile non avere una medicina territoriale forte.

La collaborazione tra le regioni è eccezionale, indipendentemente dal colore politico, perché l’obiettivo è comune. Si sta cercando di lavorare su un’omogeneità delle cure: non è possibile avere rimborsi delle prestazioni differenti da regione a regione. Bisogna trovare uniformità di trattamento sulle prestazioni e, su questo, abbiamo già avuto incontri con il ministro Schillaci.

Le sanità oggi sono tre: pubblica, privata convenzionata e prettamente privata. Io penso che la sanità pubblica e quella convenzionata possano essere integrate per dare supporto alle richieste dei cittadini. Con il presidente Rocca abbiamo raddoppiato le prestazioni richieste e, su questo, esiste una buona collaborazione, naturalmente con regole precise, perché definire bene i confini di accesso è fondamentale.”


Il ruolo della politica

“Noi abbiamo un servizio sanitario da difendere con il coltello tra i denti, perché in Italia, quando non stai bene, non ti chiedono la carta di credito per curarti. Dobbiamo avere una visione complessiva che guardi al medio e lungo periodo.

Per questo ho più volte lanciato la proposta di un comitato di salute pubblica: non è possibile che ogni volta che cambia un’amministrazione venga buttato via tutto ciò che era stato fatto prima. Il consenso, in settori come questo, si conquista facendo funzionare i servizi e aumentando così la fiducia dei cittadini.

Per troppi anni abbiamo visto la sanità come un algoritmo algebrico per far quadrare i conti e mai come in questo caso è vero il detto “per risparmiare non si bada a spese”. La politica deve riappropriarsi del proprio ruolo decisionale, tenendo conto della sensibilità del momento. Nel Lazio il presidente Rocca ha fatto bene a metterci la faccia e a tenersi la delega alla sanità, perché qui si gioca il futuro dei cittadini. Essere il secondo Paese più longevo al mondo è merito di tanti fattori: prevenzione, alimentazione corretta e sani stili di vita.”


Il calo demografico

“Oggi viviamo un calo demografico spaventoso. Lo sottolineano anche i dati della Banca d’Italia: tra qualche anno avremo una percentuale di pensionati superiore a quella delle persone che lavorano.

È inutile avere quattro o cinque reparti maternità a pochi chilometri di distanza: bisognerebbe investire anche su reparti dedicati agli anziani, garantendo le prestazioni necessarie. È sempre una questione di domanda e offerta, che va organizzata in base alle esigenze reali.

Il numero di parti effettuati in strutture come il Gemelli, il San Pietro o il Casilino è talmente alto da consentire la presenza di reparti di emergenza neonatale altamente qualificati. Alcuni ospedali con numeri bassi, invece, rischiano di mettere in pericolo la vita del bambino e della madre. Mantenere tanti reparti maternità senza adeguate garanzie sarebbe folle.

È impensabile che molti giovani non possano accedere a un mutuo o sposarsi perché non hanno un lavoro stabile. Bisogna cambiare le regole, sia sul sistema bancario sia sulle politiche di sostegno alle famiglie. Come Regione stiamo portando avanti una legge sulla famiglia con bonus e incentivi, perché servono misure che diano supporto, forza e fiducia. Le istituzioni devono essere presenti per affrontare questo problema e rendere ordinario ciò che fino a ieri era emergenziale.”


Un sistema sanitario che funziona

“Dopo la pandemia qualcosa è cambiato nella mente degli italiani, sia in positivo che in negativo. C’è ancora chi pensa che il vaccino sia la causa di ogni male, ma il Covid ha cambiato il nostro modo di vivere, non solo dal punto di vista sanitario: basti pensare allo smart working, alle attività sportive o alla scuola.

Abbiamo dimostrato, rispetto ad altri Paesi europei, non solo un’organizzazione diversa ma soprattutto una maggiore umanità. Penso alla tragedia di Crans-Montana: molti ustionati sono stati trasferiti a Milano non perché in Svizzera mancassero posti letto, ma perché lì non c’erano strutture adeguate. E noi, a differenza degli svizzeri, non abbiamo mandato fatture a casa dei pazienti. Questo dimostra che il nostro sistema sanitario funziona.

Guardando invece a quanto accaduto a Napoli, il centro Monaldi era un’eccellenza che purtroppo si è rovinata, così come la carriera di tanti cardiologi. È importante far capire che serve una visione diversa della sanità: bisogna evitare che i cittadini si allontanino dalle cure ordinarie grazie alle Case di Comunità e concentrare gli interventi ad alta specializzazione nei grandi centri.”


La Race for the Cure per la prevenzione

“Oggi sta cambiando anche la cultura della prevenzione e dei vaccini. Il mondo della ricerca sta facendo passi avanti enormi, soprattutto quella italiana, perché siamo bravissimi a formare ricercatori, anche se meno capaci nel trattenerli.

Nel settore oncologico le nuove scoperte stanno dando speranze a persone che fino a pochi anni fa non ne avevano. La Race for the Cure è stata un fiume di persone che hanno camminato per chi combatte contro il tumore al seno: è la dimostrazione che prevenire in anticipo non significa evitare completamente una malattia, ma poterla affrontare con cure diverse, magari soltanto farmacologiche.

Io penso sia fondamentale che, se Maometto non va alla montagna, sia la montagna ad andare da Maometto.”