"Febbre da cavallo" 50 anni dopo: il racconto di Vanzina

Romina Caprera
Spettacolo
18/04/2026

A cinquant’anni dall’uscita di Febbre da cavallo, il film cult della commedia italiana continua a vivere nell’immaginario collettivo. Ne abbiamo parlato con Enrico Vanzina, che ha ripercorso la genesi del film tra aneddoti, retroscena e uno sguardo sul cinema di oggi.


Come raccontato da Vanzina, tutto nasce da un’intuizione familiare:

“Il tempo, a mio parere, è un punto di vista, una ‘mandrakata’. Il cinema è sempre imprevedibile, è il tempo che decide tutto. Febbre da cavallo ha una storia nella storia: doveva farlo Nanni Loy, ma dopo un rifiuto mio padre Steno, sapendo che io giocavo ai cavalli in quel periodo, ha preso il progetto e lo ha completamente riscritto.”


Un film che, come sottolineato durante l’intervista, non nasceva con aspettative altissime:

“All’epoca Gigi Proietti non era un attore come Adriano Celentano o Alberto Sordi, quindi non pensavamo potesse sbancare al botteghino. Il film uscì e, contrariamente alla leggenda metropolitana che lo vuole come un flop, in realtà andò bene. Nessuno di noi però poteva immaginare cosa sarebbe diventato.”

“Ci sono tre film a Roma che sono diventati cult: Un americano a Roma, Il marchese del Grillo e poi Febbre da cavallo. I primi due erano già destinati a esserlo, mentre Febbre da cavallo è stato un outsider come Soldatino, entrato sul podio quasi senza spiegazioni.”

“Il film fotografa perfettamente quel momento storico e racconta la follia del gioco, che tutti noi conosciamo. L’amore o la malvagità sono concetti astratti, il gioco invece lo viviamo davvero, lo percepiamo.”


Un impatto culturale che si ritrova anche in altre opere della famiglia Vanzina:

“Lo scorso anno erano i 40 anni di Sapore di mare e Vacanze di Natale: anche lì ci sono battute che ancora oggi ripetiamo, entrate nel linguaggio comune.”


Guardando al presente, come evidenziato dal produttore, il cinema attraversa una fase complessa:

“Il cinema oggi è in grande difficoltà, soprattutto per la mancanza di giovani. Il ricambio generazionale non c’è. Eppure il cinema è fuori, basta uscire per strada: la commedia all’italiana è ancora lì, ma manca la voglia di raccontarla davvero, soprattutto nei film popolari.”

“Noi abbiamo avuto Nanni Moretti, Carlo Verdone, Massimo Troisi, ma anche Gabriele Muccino con il suo racconto dei trentenni.

Quando mancano i giovani, tutto diventa più difficile.”

“Prima eravamo innamorati della realtà, oggi viviamo in un mondo più finto e ci rifugiamo in piccole storie. Ci sono stati film come Yuppies che erano fotografie precise del loro tempo. Oggi questo approccio si è perso.”

“L’unico che mi piace davvero è Checco Zalone, perché guarda il Paese in maniera un po’ scorretta. Oppure Paola Cortellesi.”


Non manca una riflessione sulle nuove sfide, tra politicamente corretto e tecnologia:

“C’è stato un momento in cui il politicamente corretto è stato portato all’eccesso e ha frenato molte cose. E poi c’è il ruolo dell’intelligenza artificiale, che sconvolge tutto, soprattutto per i ragazzi: è un freno enorme alla creatività. Io però mi preoccuperei ancora di più della stupidità naturale, quella è sempre rimasta.”

“Adesso ho portato a teatro uno spettacolo che si chiama ‘Vi racconto il cinema’, che riprenderò in inverno in tutta Italia: è faticoso ma molto divertente. Inoltre a settembre uscirà un film tratto da un mio romanzo giallo, molto forte, e non sarà una commedia.”