34^ Giornata di Serie A: scudetto rimandato

Emanuele Saponara
Sport
28/04/2026

La Serie A entra nel suo ultimo miglio con una trentaquattresima giornata che conferma il primato dell'Inter, pur rallentato da un pareggio rocambolesco a Torino.

I nerazzurri mantengono un vantaggio rassicurante mentre il Napoli comunque non lascia andare il campionato travolgendo la Cremonese e riducendo lo svantaggio a dieci lunghezze, ma soprattutto allungando di altre due su Milan e Juve.

Infatti, il tanto atteso scontro diretto a San Siro tra Milan e Juventus si è concluso con un equilibrio sterile, un pareggio senza reti che lascia invariate le posizioni sul podio ma accende la bagarre per la zona Champions.

Alle spalle delle grandi, Roma e Como continuano a correre, approfittando dello stallo tra le big per portarsi a ridosso dell'Europa che conta, mentre in coda il Cagliari strappa punti pesanti per la salvezza superando l'Atalanta.

Con soli dodici punti ancora a disposizione, la tensione agonistica raggiunge il suo culmine, rimandando ogni verdetto definitivo ai prossimi scontri decisivi.


Risultati 34ª Giornata Serie A


Venerdì 24 aprile 2026

Napoli - Cremonese 4-0


Sabato 25 aprile 2026

Parma - Pisa 1-0

Bologna - Roma 0-2

Hellas Verona - Lecce 0-0


Domenica 26 aprile 2026

Fiorentina - Sassuolo 0-0

Genoa - Como 0-2

Torino - Inter 2-2

Milan - Juventus 0-0


Lunedì 27 aprile 2026

Cagliari - Atalanta 3-2

Lazio - Udinese 3-3


Classifica Serie A alla 34ª giornata:

  1. Inter 79 pt
  2. Napoli 69 pt
  3. Milan 67 pt
  4. Juventus 64 pt
  5. Como 61 pt
  6. Roma 61 pt
  7. Atalanta 54 pt
  8. Lazio 48 pt
  9. Bologna 48 pt
  10. Sassuolo 46 pt
  11. Udinese 44 pt
  12. Parma 42 pt
  13. Torino 41 pt
  14. Genoa 39 pt
  15. Fiorentina 37 pt
  16. Cagliari 36 pt
  17. Lecce 29 pt
  18. Cremonese 28 pt
  19. Hellas Verona 19 pt
  20. Pisa 18 pt


L’Inter si specchia e il Toro la graffia: all'Olimpico un pareggio che non cambia il destino

Il verdetto della matematica era già stato impacchettato e spedito altrove dal venerdì sera, quando il poker del Napoli sulla Cremonese aveva ufficialmente spento le speranze nerazzurre di chiudere i conti scudetto con quattro turni d'anticipo. Eppure, la trasferta di Torino portava con sé tutto il carico di tensione di una tappa che avrebbe dovuto essere una pura formalità verso la gloria e che invece si è trasformata in un pomeriggio di riflessione forzata. L'Inter di Christian Chivu è scesa in campo con la solita aura di chi sa di essere il più forte, prendendosi il palcoscenico con una naturalezza quasi disarmante per oltre un'ora di gioco. Il vantaggio firmato da Marcus Thuram, nato dall'ennesima pennellata di un Dimarco ormai padrone assoluto della corsia mancina (18 assist in Serie A e record assoluto della competizione), sembrava aver incanalato la sfida sui binari di una tranquilla gestione, ribadita poi dal raddoppio di Bisseck che aveva dato l'illusione di un match ormai in cassaforte. In quel momento, l'Inter appariva come una macchina perfetta, capace di assorbire l'assenza di calcoli matematici favorevoli con una prestazione di puro dominio territoriale.

Tuttavia, il calcio sa essere spietato quando percepisce anche la minima flessione nella fame di chi vince, e il Torino di D'Aversa ha avuto il merito di restare aggrappato alla partita con le unghie e con i denti. La scintilla che ha cambiato la narrazione dell'incontro è stata il gol di Giovanni Simeone: un guizzo da predatore d'area che ha squarciato le certezze di una difesa nerazzurra fino a quel momento impeccabile. Da lì in poi, l'inerzia della sfida si è ribaltata completamente, con i granata spinti da un orgoglio antico e l'Inter improvvisamente incapace di gestire il ritorno di fiamma dei padroni di casa. Il rigore trasformato da Vlasic a dieci minuti dalla fine non ha solo fissato il punteggio sul 2-2, ma ha certificato un calo di tensione che in casa nerazzurra non si vedeva da mesi. Nonostante l'assalto finale, guidato più dai nervi che dalla lucidità, la capolista ha dovuto accettare un punto che, se da un lato mantiene un margine di sicurezza siderale sul Napoli, dall'altro rimanda l'appuntamento con la storia. È un pareggio che non mette in discussione lo scudetto, ormai saldamente nelle mani dell'Inter, ma che serve da promemoria: la gloria va conquistata centimetro dopo centimetro, anche quando il traguardo sembra così vicino da poterlo quasi toccare. Il popolo nerazzurro dovrà attendere ancora, preparando le bandiere per una festa che San Siro reclama a gran voce, mentre il Torino si gode una domenica da protagonista, capace di fermare la corsa della regina del campionato.


L’urlo del Maradona rimanda la festa: il Napoli travolge la Cremonese

Il venerdì sera del Diego Armando Maradona ha restituito al campionato una versione scintillante del Napoli, una squadra capace di trasformare la pressione in pura energia cinetica per ribadire che la corsa scudetto non è ancora un capitolo chiuso per la matematica. Il 4-0 inflitto alla Cremonese è stato un monologo tecnico e atletico iniziato già al terzo minuto di gioco, quando Scott McTominay ha sbloccato la contesa con un inserimento dei suoi, confermandosi pedina insostituibile nello scacchiere tattico di Antonio Conte. Sotto una pioggia di applausi, i padroni di casa hanno soffocato ogni timido tentativo di ripartenza dei grigiorossi, raddoppiando allo scadere del primo tempo grazie a uno sfortunato autogol di Terracciano propiziato dalla costante spinta laterale degli azzurri. Proprio quando le squadre sembravano pronte a rientrare negli spogliatoi, è salito in cattedra Kevin De Bruyne: il fuoriclasse belga ha timbrato il cartellino con una conclusione chirurgica nel recupero della prima frazione, una perla che ha di fatto messo in ghiaccio il risultato e spento ogni velleità di rimonta ospite. Nella ripresa il copione non è cambiato, con il Napoli padrone assoluto del campo che ha trovato il poker definitivo al 52' con Alisson Santos, lesto a capitalizzare l’ennesima voragine aperta nella difesa di un’impotente Cremonese. La vittoria degli azzurri ha peso specifico, non solo per il consolidamento del secondo posto a quota 69 punti, ma soprattutto perché ha tolto all'Inter il lusso di poter festeggiare il titolo davanti alla tv, obbligando la capolista a cercare la vittoria sul campo per chiudere i conti. Tra le fila partenopee spicca la prova di un centrocampo dominante, capace di gestire i ritmi e verticalizzare con una frequenza che ha ricordato i momenti migliori della stagione, mentre la Cremonese resta ferma a 28 punti, sempre più invischiata nella lotta per non retrocedere. Con questo successo, il Napoli ha assolto al suo compito principale di questo finale di stagione: onorare il tricolore cucito sul petto fino all'ultimo respiro e costringere la capolista a sudare ogni singolo centimetro verso il traguardo finale, mantenendo tensione che rende le ultime quattro giornate di Serie A ancora tutte da scrivere


Il silenzio dei giganti a San Siro: Milan e Juventus scelgono la via della prudenza

Il tempio di San Siro si aspettava una notte di scintille e verdetti, ma ha restituito un confronto fatto di sguardi, tatticismi esasperati e una tensione quasi paralizzante, figlia della paura di rovinare quanto costruito in trentatré giornate di sudore. Lo 0-0 tra Milan e Juventus non passerà alla storia come un manifesto di bellezza estetica, ma piuttosto come un trattato sul pragmatismo moderno, un duello in cui il cronometro è parso scorrere più lento sotto il peso di una classifica che, a questo punto del torneo, non ammetteva passi falsi. Per novanta minuti, le due potenze storiche del calcio italiano si sono studiate come pugili che non hanno mai realmente intenzione di affondare il colpo, temendo il contropiede avversario molto più di quanto desiderassero l’ebbrezza di un gol liberatorio.

La partita è stata una costante battaglia di posizionamento, con i rossoneri che hanno cercato invano di innescare la velocità di Rafael Leão, sistematicamente raddoppiato da una retroguardia bianconera che ha agito con la precisione di un orologio svizzero. Dall’altra parte, la Juventus ha preferito la solidità di un blocco basso e compatto, rinunciando quasi del tutto a una fase offensiva di ampio respiro per non concedere praterie alle ripartenze milaniste. Le occasioni da rete si sono contate sulle dita di una mano: un legno colpito dai bianconeri su situazione di palla inattiva e una parata d'istinto di Maignan nel finale sono stati gli unici sussulti di una serata che ha visto prevalere il senso di responsabilità sulla creatività pura.

Questo pareggio è lo specchio fedele di una fase della stagione in cui l’accesso diretto alla prossima Champions League vale più di una vittoria di prestigio ottenuta rischiando il tracollo. Se per il Milan il punto guadagnato serve a mantenere i tre punti di vantaggio sui rivali e a blindare virtualmente il terzo posto, per la Juventus il rischio è quello di veder evaporare il margine di sicurezza nei confronti di Roma e Como, che ora sentono il profumo del sorpasso. La serata si è chiusa tra i mormorii di un pubblico deluso dallo scarso coraggio offensivo e il sollievo dei due allenatori, consapevoli che in questo finale di aprile non perdere uno scontro diretto è già un risultato da proteggere con le unghie. Resta l'immagine di un campionato che, nelle sue sfide di vertice, sceglie spesso la via del rigore tattico, rimandando ogni sentenza definitiva sulle gerarchie europee alle ultime quattro, infuocate giornate.


Il Como si prende Marassi: autorità e concretezza nella corsa alla Champions

Il successo per 0-2 ottenuto dal Como al Luigi Ferraris contro il Genoa non è più la notizia di una sorpresa, ma la conferma definitiva di una nuova gerarchia nel calcio italiano. I lariani hanno espugnato uno dei campi più difficili della Serie A con la freddezza delle grandi squadre, dimostrando che il loro posto nelle zone nobili della classifica è il risultato di una solidità tecnica e mentale ormai strutturata.

La gara è stata un monologo di maturità: la squadra di Fàbregas ha controllato il ritmo fin dalle prime battute, sbloccando il match nel primo tempo grazie al solito Douvikas assistito da Da Cunha con una manovra avvolgente che ha evidenziato la netta superiorità qualitativa dei suoi interpreti. Il Genoa ha provato a rispondere con l’agonismo e la spinta del proprio pubblico, ma ha trovato davanti a sé un muro difensivo organizzato, capace di neutralizzare ogni folata rossoblù senza mai andare in affanno.

Nella ripresa, il raddoppio lariano è arrivato come una sentenza definitiva, frutto di una ripartenza cinica finalizzata da Diao che ha chiuso ogni discorso. Con questi tre punti, il Como sale a quota 61, agganciato alla Roma e mettendo nel mirino il quarto posto della Juventus. A quattro giornate dalla fine, la realtà è evidente: questo Como non è una meteora, ma una forza consolidata che gioca, vince e convince, pronta a giocarsi fino all'ultimo respiro l'accesso alla massima competizione europea.


La Roma di Gasperini zittisce le polemiche: Malen ed El Aynaoui firmano il blitz di Bologna

La trasferta di Bologna doveva essere la prova del nove per una Roma scossa profondamente dalle turbolenze societarie, e la risposta sul campo è stata di un’autorità disarmante. In una settimana segnata dal sollevamento dall'incarico di Claudio Ranieri — una decisione figlia di divergenze ormai insanabili con Gian Piero Gasperini sulla gestione del progetto tecnico — la squadra ha saputo isolarsi, trasformando i veleni di Trigoria in energia agonistica. Il 0-2 finale riflette una partita interpretata con una ferocia tattica che porta la firma indelebile del tecnico di Grugliasco, capace di mandare in tilt il sistema di gioco di Italiano già nella prima frazione di gara.

Il match si è sbloccato quasi subito, al 7', grazie a una fiammata di Donyell Malen. L’attaccante olandese ha confermato il suo straordinario momento di forma capitalizzando un break fulmineo di Wesley: ricevuto il pallone in area, Malen è stato glaciale nel battere Ravaglia con una conclusione potente e precisa, mettendo subito in discesa una sfida che si preannunciava spigolosa. Il Bologna ha provato a reagire alzando il baricentro e cercando il dialogo tra le linee con Ferguson e Orsolini, ma la ragnatela difensiva giallorossa ha retto l'urto senza mai concedere tiri puliti verso la porta di Svilar.

Proprio quando il primo tempo sembrava destinato a chiudersi sul minimo scarto, è arrivata la mazzata definitiva per i rossoblù. Al 46', in pieno recupero, è stato Neil El Aynaoui a firmare il raddoppio: inserimento perfetto del centrocampista marocchino, tra i più positivi per dinamismo e visione, che ha raccolto un suggerimento profondo dello stesso Malen per appoggiare in rete da pochi passi. Un gol "di reparto" che ha evidenziato la totale sintonia tra l'attacco e il centrocampo romanista, mandando le squadre negli spogliatoi su un doppio vantaggio che ha di fatto chiuso ogni discorso.

Nella ripresa, la Roma ha dimostrato una maturità da grande squadra, limitandosi a gestire i ritmi e a disinnescare i tentativi di rimonta di un Bologna apparso stanco e privo di idee negli ultimi sedici metri. I tre punti conquistati in terra emiliana sono pesantissimi: i giallorossi salgono a quota 61 punti, agganciando il Como e portandosi a sole due lunghezze dalla Juventus quarta. Nonostante il terremoto dirigenziale e l'addio doloroso a una figura come Ranieri, la Roma sembra aver trovato nel "Gasperinismo" la sua nuova stella polare, decisa a non fermarsi proprio ora che il traguardo Champions è chiaramente visibile all'orizzonte.


La notte di Mendy e l'urlo di Borrelli: il Cagliari piega l’Atalanta in una serata di bel calcio

La Unipol Domus si è trasformata in un teatro di emozioni primordiali per quella che resterà impressa come la partita della definitiva consacrazione di un talento purissimo e della resilienza sarda. Il 3-2 con cui il Cagliari ha superato l'Atalanta non è solo una vittoria fondamentale in chiave salvezza, ma un racconto sportivo che ha visto incrociarsi i destini di una promessa giovanissima e di attaccanti di razza, in un altalena di punteggio che ha tolto il fiato fino al triplice fischio.

Il protagonista assoluto della prima frazione è stato Mendy, il giovanissimo talento del vivaio rossoblù gettato nella mischia con il coraggio tipico di chi non ha nulla da perdere. Il ragazzo ha ripagato la fiducia con una doppietta fulminante che ha mandato in tilt la retroguardia orobica in meno di mezz'ora. Il primo squillo è arrivato su un’azione di rimessa, dove Mendy ha mostrato una velocità ipnotica prima di trafiggere Carnesecchi con un diagonale secco. Pochi minuti dopo, il raddoppio: un tocco vellutato in area piccola a correggere un cross dalla fascia, mandando i padroni di casa sul 2-0 e facendo esplodere uno stadio incredulo davanti a tanta precocità e freddezza.

L'Atalanta, ferita nell'orgoglio, ha però dimostrato perché continua a lottare per i vertici del calcio italiano. A caricarsi la squadra sulle spalle è stato Gianluca Scamacca, autore di una doppietta d'autore che ha ristabilito l'equilibrio. Il centravanti della nazionale ha prima accorciato le distanze con un colpo di testa imperioso su sviluppi di calcio d'angolo e, nella ripresa, ha siglato il pareggio con una conclusione potente dal limite dell'area che non ha lasciato scampo a Scuffet. Sul 2-2, la partita sembrava destinata a girare a favore degli ospiti, con la Dea padrona del possesso palla e alla ricerca del colpo del sorpasso.

Nel momento di massima sofferenza, il Cagliari ha però trovato le energie per l'ultimo, disperato assalto. Il gol del definitivo 3-2 porta la firma di Borrelli, lesto a fiondarsi su un pallone vagante a centro area dopo una mischia furibonda. Una rete di pura voglia, che ha regalato ai sardi tre punti che sanno di liberazione. Con questo successo, il Cagliari compie un balzo enorme in classifica, portandosi a quota 36 punti e vedendo il traguardo della permanenza in Serie A sempre più vicino, mentre l'Atalanta è costretta a leccarsi le ferite per una rimonta solo accarezzata e poi sfumata sotto i colpi del cuore rossoblù.


Follia all'Olimpico: Sarri riacciuffa l'Udinese tra perle d'autore e il ruggito di Maldini

Il sipario sulla trentaquattresima giornata di Serie A si chiude con un fragore assordante in un Olimpico che ha vissuto una delle notti più imprevedibili e spettacolari della stagione. Quello tra Lazio e Udinese non è stato un semplice posticipo, ma una giostra di emozioni terminata con un pirotecnico 3-3 dove la logica tattica di Maurizio Sarri è stata messa a dura prova da un'Udinese cinica e sfrontata. Nel momento di massima difficoltà, la Lazio ha trovato la forza di reagire grazie alla spinta dei suoi singoli: è stato Luca Pellegrini a suonare la carica, trafiggendo la difesa friulana con una conclusione potente e precisa che ha riaperto i giochi, seguito poco dopo dalla perla di Pedro, che con il suo solito tocco vellutato ha firmato la rete del momentaneo vantaggio riportando entusiasmo tra i tifosi. Poi sotto il segno di Arthur Atta, capace di gelare lo stadio con una doppietta d'autore che ha evidenziato le fragilità difensive biancocelesti, gli ospiti si sono riportati in vantaggio con l'Udinese che sembrava aver chiuso i conti, il destino ha voluto riservare l'ultimo colpo di teatro a Daniel Maldini. Al minuto 90, il talento biancoceleste ha trovato il guizzo giusto, infilando la zampata del definitivo 3-3 che evita la sconfitta e permette alla Lazio di salire a quota 55 punti. Resta la fotografia di una partita epica, fatta di sorpassi e controsorpassi, che permette alla Lazio di salire all'8° posto in campionato.


Le altre Gare

Partite a reti bianche tra Fiorentina e Sassuolo e tra Hellas Verona e Lecce con la lotta per non retrocedere anestetizzata.

Preziosi invece i 3 punti del Parma, al Tardini contro il Pisa, che valgono la matematica salvezza. Decisivo per la seconda partita consecutiva Nesta Elphage.


Emanuele Saponara