Ball don't lie: il Belgio umilia gli Usa e smentisce Trump

Lorenzo Villanetti
Sport
07/07/2026

C’è un vecchio adagio nei playground americani, reso immortale da Rasheed Wallace, che recita "Ball don't lie". La palla non mente. Significa che puoi truccare le carte, puoi strillare, puoi persino costringere gli arbitri a darti ragione, ma alla fine il verdetto del campo ristabilirà l'ordine delle cose. Se c'era un posto in cui questa massima doveva trovare una conferma solenne, era il Mondiale 2026. E la risposta è arrivata con il fragoroso 4-1 con cui il Belgio ha rispedito a casa gli Stati Uniti.


"Ball don't lie"


La qualificazione dei Diavoli Rossi è stato lo sgonfiamento di un enorme azzardo politico. Il torneo era stato trascinato nel caos dall'incredibile vicenda del cartellino rosso congelato a Folarin Balogun, una retromarcia della Fifa arrivata sotto i colpi dei tweet e delle dichiarazioni di Donald Trump. L'inquilino della Casa Bianca, con la consueta boria di chi ammette di non conoscere le regole del gioco ma pretende comunque di dettarle, ha provato a trattare i regolamenti del calcio alla stregua di un dazio commerciale o di un palinsesto televisivo da piegare a proprio piacimento.


Il calcio, però, ha dinamiche che sfuggono al controllo dei leader mondiali. Mentre l'opinione pubblica si concentrava sullo strappo istituzionale, Rudi Garcia ha risposto ridisegnando il Belgio con freddezza tattica. La mossa decisiva è stata l'inserimento di Lukebakio a spaccare il ritmo e il rilancio di Charles De Ketelaere, che ha letteralmente fatto a pezzi una retroguardia statunitense improvvisamente priva di scudi diplomatici.


La lezione del Belgio


La parabola di Balogun è diventata così l'emblema del fallimento della propaganda presidenziale. Schiacciato dall'assurda pressione di chi lo aveva paragonato ai più grandi fuoriclasse della storia recente, l'attaccante si è trovato isolato. Ha propiziato l'illusorio gol dell'1-1, ma ha poi sprecato davanti a Courtois la grande occasione del possibile riscatto, dimostrando che nessun decreto politico può regalare il cinismo sotto porta.


Il collasso definitivo della squadra americana è arrivato prima del sessantesimo minuto, propiziato da un clamoroso errore in uscita del portiere Freese che ha sigillato il poker belga. Dodici anni fa, dopo un'eliminazione identica contro lo stesso avversario, Barack Obama celebrava le parate record di Tim Howard e twittava una promessa di crescita sportiva nel segno del fair play. Oggi, lo stile della leadership americana raccoglie solo una dura lezione di realismo. I tentativi di piegare lo sport più popolare del mondo alle logiche del bullismo mediatico si sono spenti di fronte alla superiorità tecnica del Belgio. La palla, alla fine, ha scelto di non mentire.


Lorenzo Villanetti