George Weah compie 60 anni: le due carriere da campione

La parabola di George Weah, che raggiunge la pietra miliare dei sessant’anni, appartiene alla categoria di storie che meritano di essere raccontaste.
Prima di diventare Presidente della Liberia nel 2018 e guidare un Paese ferito da decenni di guerre civili, King George è stato il centravanti che ha ridefinito il concetto stesso di potenza atletica nel campionato più tattico, spietato e competitivo del pianeta, la Serie A degli anni Novanta.
Le radici a Clara Town e la vita prima del calcio
Ma prima ancora che l'Europa e il mondo intero scoprissero la sua falcata inarrestabile, George Tawlon Manneh Oppong Ousman Weah è stato un ragazzo cresciuto tra le baracche e il fango di Clara Town, una delle baraccopoli più povere e sovraffollate di Monrovia. Abbandonato dai genitori in tenera età, venne allevato dalla nonna paterna, Emma Klonjlaleh Brown, figura cardine della sua formazione morale ed etica, che si sacrificò vendendo merci per strada pur di garantirgli un'istruzione minima. Per aiutare la famiglia e sopravvivere alla miseria quotidiana, il giovane George lavorò come centralinista per la Liberia Telecommunications Corporation, dividendo le sue giornate tra turni estenuanti e i campi polverosi della capitale. Il calcio non era solo un sogno lontano, ma l'unico rifugio possibile da un contesto sociale privo di prospettive, prima che i gol con squadre locali come gli Young Survivors e gli Invincible Eleven gli aprissero le porte del Camerun e, da lì, l'incredibile salto verso il palcoscenico europeo.
Lo sbarco a Milano e l'eredità pesante di Van Basten
Nell'estate del 1995 il Milan di Fabio Capello si trovava di fronte a un vuoto incolmabile, rappresentato dall'addio forzato al calcio giocato di Marco van Basten. Prelevare Weah dal Paris Saint-Germain per undici miliardi di lire sembrava una scommessa tecnica complessa. L’olandese incarnava la grazia geometrica, mentre il liberiano portava in dote una furia dinamica e uno strappo muscolare mai visti prima sui campi italiani.
L'impatto fu immediato. Alla prima giornata di campionato contro il Padova, Weah impiegò appena sei minuti per segnare di testa, prima di servire un assist al bacio per Franco Baresi. Il pubblico di San Siro comprese subito che non si trattava di rimpiazzare un mito, ma di inaugurare una nuova era estetica e funzionale del ruolo di prima punta.
A dicembre di quello stesso 1995, la rivista France Football aprì per la prima volta i criteri di assegnazione del Pallone d'Oro ai calciatori non europei militanti nel continente. Weah trionfò, diventando il primo e finora unico africano a sollevare il trofeo, unito al FIFA World Player. Ricevendo il riconoscimento a San Siro, George compì un gesto rimasto celebre, chiamando Arsène Wenger, suo mentore ai tempi del Monaco, per consegnargli idealmente la medaglia come tributo a chi aveva creduto in lui quando giocava in Camerun.
L'istantanea eterna della corsa contro il Verona
Se esiste una giocata capace di sintetizzare l'esperienza italiana di Weah, è quella dell'8 settembre 1996 contro il Verona. Su un calcio d'angolo a sfavore, con palla vagante nell'area rossonera, George stoppò con l'esterno, eluse due avversari con un tocco secco e partì in campo aperto.
Non fu un semplice contropiede, ma una progressione solitaria di novanta metri palla al piede, superando avversari che sembravano rimbalzare contro un gigante lanciato a velocità doppia. Quella rete non fu solo tecnica e coordinazione, ma rappresentò la materializzazione del centravanti moderno, capace di autosufficienza totale tra fase difensiva e finalizzazione.
Con la maglia rossonera Weah ha collezionato 147 presenze e 58 reti, vincendo due Scudetti, il primo nel 1995-1996 con Capello e il secondo nel 1998-1999 sotto la guida di Alberto Zaccheroni, da protagonista indiscusso della manovra offensiva.
La metamorfosi tattica nel tridente del 1999
Lo Scudetto conquistato nella stagione 1998-1999 rappresenta uno dei capolavori di rimonta più celebri della Serie A recente. In quella squadra reduce da due annate travagliate, Weah visse una vera e propria evoluzione tattica. Inizialmente sacrificato nel tridente largo di Zaccheroni, George trovò la sua dimensione ideale nel girone di ritorno, quando il tecnico ridisegnò l'assetto offensivo passando al 3-4-1-2 con Zvonimir Boban trequartista alle spalle di Oliver Bierhoff e dello stesso Weah.
In questa configurazione, il liberiano non agiva più da unico terminale centrale, ma da punta totale di raccordo. Mentre Bierhoff teneva impegnati i difensori centrali occupando l'area di rigore e dominando nel gioco aereo, Weah svariava su tutto il fronte offensivo, allargandosi sui lati per trascinare fuori posizione i marcatori e aprire varchi per gli inserimenti dei compagni. Con un Milan compatto e votato a colpire in transizione rapida, la sua capacità di condurre la palla ad alta velocità trasformava istantaneamente l'azione difensiva in pericolo immediato.
L'apice di questa trasformazione arrivò il 9 maggio 1999 allo stadio Delle Alpi contro la Juventus. In uno scontro diretto decisivo durante la volata contro la Lazio, Weah siglò una doppietta memorabile con un colpo di testa in tuffo e un diagonale chirurgico al termine di un contropiede orchestrato con Boban. Fu la vittoria che diede ai rossoneri la spinta definitiva per le sette vittorie consecutive finali e il trionfo al Curi di Perugia.
L'impatto sul calcio mondiale e il valore sociale
Guardando a ritroso la carriera di Weah a questo traguardo anagrafico, emergono diversi elementi di riflessione profonda. Negli anni Novanta la Serie A era il regno dei marcatori implacabili e delle difese a zona ferree, e Weah costrinse i tecnici a ripensare le spaziature. Non aspettava il pallone spalle alla porta, ma arretrava per attaccare frontalmente la linea difensiva sfruttando progressione e dribbling in velocità, anticipando profili come Thierry Henry e Ronaldo il Fenomeno.
Al contempo, il Pallone d'Oro del 1995 non è stato solo un riconoscimento individuale, ma uno spartiacque geopolitico per lo sport. Ha dimostrato che un talento proveniente da Monrovia poteva dominare il palcoscenico europeo senza snaturare la propria identità, fungendo da apripista per intere generazioni di atleti africani.
L'esperienza italiana non è mai stata unicamente sportiva. In quegli anni Weah finanziava privatamente la nazionale della Liberia per permetterle di disputare le qualificazioni internazionali, pagando di tasca propria divise, viaggi e alloggi per la Lone Star. Divenne inoltre ambasciatore UNICEF per promuovere la dismissione e la riabilitazione dei bambini soldato, sfruttando la propria notorietà per finanziare programmi educativi. La credibilità e l'autorevolezza morale costruite sui campi di San Siro e nelle interviste sobrie del dopopartita gettarono le basi per la sua successiva ascesa pubblica.
La scalata politica e la presidenza
Conclusa la carriera sul campo, Weah scelse di dedicarsi alla vita pubblica fondando il Congresso per il Cambiamento Democratico. Nel 2005 si candidò per la prima volta alle presidenziali, vincendo il primo turno ma uscendo sconfitto al ballottaggio contro Ellen Johnson Sirleaf. Consapevole delle critiche rivolte alla sua mancanza di preparazione amministrativa, scelse di studiare negli Stati Uniti per conseguire una laurea in Business Administration, tornando poi nell'agone politico per farsi eleggere senatore della contea di Montserrado nel 2014 con una vastissima base di consenso popolare.
Nel dicembre 2017 vinse infine le elezioni presidenziali con oltre il sessantuno per cento delle preferenze, entrando in carica all'inizio del 2018 come venticinquesimo Presidente della Liberia. Il suo mandato ha portato avanti la Pro-Poor Agenda for Prosperity and Development, introducendo la gratuità per gli studi nelle università pubbliche e investendo in infrastrutture stradali ed elettrificazione, pur dovendo affrontare sul piano macroeconomico pesanti sfide legate all'inflazione e a dure contestazioni sociali.
La lezione democratica e l'eredità di King George
Il momento forse più alto della parabola pubblica di George Weah è coinciso con la sua uscita di scena al vertice dello Stato. Nelle elezioni del novembre 2023, dopo un ballottaggio serratissimo deciso sul filo di lana, Weah non attese neppure la proclamazione ufficiale per riconoscere la vittoria dello storico oppositore Joseph Boakai, congratulandosi con il rivale e invitando i propri sostenitori alla calma per anteporre la nazione agli interessi di parte.
In un quadrante dell'Africa occidentale segnato negli ultimi anni da colpi di Stato e tentativi presidenziali di forzare i mandati costituzionali, la transizione pacifica e trasparente guidata da Weah ha rappresentato una testimonianza rara di maturità repubblicana. Compiere sessant'anni per King George significa ripercorrere una vita spesa ad abbattere barriere, dalle baraccopoli di Clara Town ai trionfi di San Siro fino ai palazzi presidenziali di Monrovia, mantenendo sempre l'andatura fiera di chi sa come si attraversa il campo a testa alta.
Emanuele Saponara