Sandro Mazzola, nel nome del padre

L’ultima partita, Sandro Mazzola, la giocò il 12 giugno 1977, una finale di Coppa Italia persa 2-0 contro il Milan. Dopo il derby, davanti alle telecamere della Rai, Beppe Viola gli chiese cosa non avesse funzionato. Mazzola rispose citando Dante: "Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare". La registrazione di quell’intervista è andata perduta per un problema tecnico. È rimasta invece quella risposta, riportata il giorno dopo dai giornali, quasi fosse il modo più adatto per chiudere una carriera così lunga.
Sandro, figlio di Valentino
Scomparso oggi, all'età di 83 anni, Sandro era il figlio di Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino morto a Superga. Un cognome che avrebbe potuto diventare un peso enorme. Per lui fu soprattutto un punto di partenza. Sandro costruì la propria storia all’Inter, fino a trasformare quel cognome in qualcosa che apparteneva anche a lui.
Nel club nerazzurro arrivò da bambino ed esordì in prima squadra nel 1961. Ci rimase fino al 1977, per diciassette stagioni e 565 partite ufficiali. Quattro Scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali raccontano soltanto una parte della sua esperienza nella squadra di Helenio Herrera, quella che avrebbe cambiato la storia dell’Inter.
La prima Coppa dei Campioni arrivò il 27 maggio 1964, a Vienna. Di fronte c’era il Real Madrid di Alfredo Di Stefano. Mazzola aveva 21 anni e segnò due dei tre gol con cui l’Inter vinse la finale. Fu il primo calciatore italiano a realizzare una doppietta nell’atto conclusivo della principale competizione europea per club. L’anno successivo sarebbe arrivato il bis, questa volta a San Siro contro il Benfica.
La parabola azzurra
Mazzola non apparteneva a un calcio fatto di ruoli rigidi. Poteva partire alle spalle delle punte, arretrare per costruire il gioco, inserirsi o cercare la porta. Aveva qualità tecnica e continuità, ma anche una disponibilità al sacrificio che lo rendeva perfetto per l’idea di calcio di Herrera. Nel 1965 vinse la classifica dei marcatori della Serie A con 17 reti.
Con l’Italia collezionò 70 presenze e 22 gol. Vinse l’Europeo del 1968 e partecipò al Mondiale del 1970, arrivando fino alla finale contro il Brasile di Pelé dopo la storica semifinale con la Germania Ovest. In quella Nazionale condivise il reparto offensivo con Gianni Rivera, in una delle contrapposizioni più raccontate del calcio italiano. La cosiddetta staffetta tra i due numeri 10 diventò una delle immagini di quel Mondiale.
Nel suo palmarès c’è anche un secondo posto al Pallone d’Oro, conquistato nel 1971 alle spalle di Johan Cruijff. Era ormai uno dei nomi più riconoscibili del calcio europeo. Quando lasciò il campo, dopo quella finale di Coppa Italia contro il Milan, aveva costruito praticamente tutta la propria carriera con la stessa maglia.
Dopo il ritiro continuò a lavorare nel calcio, anche con incarichi dirigenziali all’Inter, al Genoa e al Torino. Ma il rapporto con l’Inter rimase quello più forte. Mazzola apparteneva alla storia del club perché ne aveva rappresentato una delle epoche più importanti.
Per quasi sessant’anni è stato anche il custode di un cognome che il calcio italiano aveva imparato a pronunciare prima ancora che lui potesse scegliere cosa farne. Valentino era stato il capitano del Grande Torino. Sandro è diventato il numero 10 della Grande Inter. Due storie diverse, unite dallo stesso nome. E da oggi, nella storia dell’Inter, quel nome appartiene soltanto a lui.
Lorenzo Villanetti