Tre anni senza D'Amico, il Golden Boy con la Lazio nel cuore

Lorenzo Villanetti
Sport
01/07/2026

Il tempo nel calcio corre veloce, ma alcune storie riescono a fermarlo. Restano nei racconti di una città, nelle fotografie ingiallite, nelle voci di chi ha vissuto un’epoca irripetibile. Vincenzo D’Amico appartiene a questa categoria. Oggi, 1° luglio 2026, ricorrono tre anni dalla scomparsa di “Vincenzino”, morto nel 2023 a 68 anni dopo una lunga malattia. Rileggendo le cronache dell’epoca e tornando dentro le pagine della Lazio più romantica e tormentata della sua storia, emerge il ritratto di un talento puro, diventato nel tempo una delle ultime grandi bandiere del calcio italiano.


Il ragazzo cresciuto sotto l’ala di Maestrelli


D’Amico rappresenta un’idea di calcio fatta di appartenenza, di maglie vissute come seconde pelli e di giocatori capaci di legare per sempre il proprio nome a una squadra. Nato a Latina il 5 novembre 1954, arriva alla Lazio nel 1970 appena sedicenne. Il suo talento conquista subito Tommaso Maestrelli: tocchi vellutati, dribbling nello stretto, fantasia e una visione di gioco fuori dal comune. Il Maestro capisce di avere tra le mani un talento speciale, ma anche un ragazzo da proteggere. Quella Lazio era una squadra piena di personalità, passioni forti e caratteri difficili. Negli spogliatoi di Tor di Quinto si respirava un ambiente acceso, dove le divisioni interne facevano parte della quotidianità.


D’Amico era l’elemento più giovane del gruppo, quello che tutti cercavano di tutelare. Era il “ragazzino” della squadra: vicino a Pino Wilson, legato a Giorgio Chinaglia e seguito passo dopo passo da Maestrelli. Il rapporto con l’allenatore andava oltre il campo. Per tenerlo lontano dalle distrazioni della Capitale, Maestrelli arrivò a sequestrargli la patente e a mettere i suoi guadagni sotto controllo. Un gesto severo, nato dall’affetto e dalla volontà di proteggere un ragazzo con un talento enorme. Anni dopo D’Amico avrebbe ricordato quel legame con parole semplici: “Devo la mia carriera al Maestro, aveva ragione lui”.


Il Golden Boy dello Scudetto del 1974


La stagione 1973-74 è quella che consegna D’Amico alla storia della Lazio. Dopo un grave infortunio ai legamenti che aveva messo a rischio la sua crescita, il giovane talento torna in campo e conquista la maglia numero 11. In quella squadra piena di carattere diventa una delle armi offensive più importanti. Il derby di ritorno contro la Roma regala uno dei momenti più iconici della sua carriera: un gol che entra nel cuore dei tifosi biancocelesti. A fine stagione, grazie anche allo Scudetto vinto, arriva anche il riconoscimento individuale: D’Amico è il miglior giovane del campionato.


La scelta di tornare quando tutto sembrava crollato


Il legame con la Lazio trova la sua forma più forte negli anni difficili. Dopo la parentesi al Torino nel 1980, arrivata in un momento di difficoltà economica del club e vissuta con grande sofferenza dal giocatore, D’Amico torna a Roma nel 1981.Ad attenderlo c’è una Lazio ferita: la retrocessione in Serie B, lo scandalo del calcioscommesse e una situazione sportiva drammatica. Lui sceglie di rimanere, diventando capitano e punto di riferimento.


La partita simbolo arriva il 6 giugno 1982. All’Olimpico contro il Varese la Lazio rischia la Serie C: sotto di due gol, con il futuro della società appeso a un filo, trova nel suo numero 11 il proprio uomo della provvidenza. D’Amico segna una tripletta, ribalta il risultato e firma una delle salvezze più emozionanti della storia biancoceleste. “Ho fatto cose importanti alla Lazio, ma quella tripletta al Varese per evitare la Serie C vale quanto lo Scudetto del '74”. Una frase che racconta il suo modo di vivere il calcio: la gloria dello Scudetto e la sofferenza di una partita impossibile hanno lo stesso peso quando in mezzo c’è l’amore per una maglia.


Il ricordo di Vincenzino


Dopo aver chiuso la carriera con la Ternana, D’Amico è rimasto nel mondo del calcio attraverso la televisione. Alla Rai ha portato la stessa eleganza mostrata sul campo: competenza, ironia, equilibrio e una capacità rara di raccontare il gioco con leggerezza. Tre anni dopo la sua scomparsa, il ricordo resta intatto. Indelebile e immortale, come la sua fede ai colori biancocelesti. La sua traccia va oltre i numeri e i trofei. La sua storia continua ogni volta che si parla di un calcio fatto di passione, fedeltà e sentimenti.


Lorenzo Villanetti