Vent'anni senza Giacinto Facchetti

Il 4 settembre 2006 moriva Giacinto Facchetti, bandiera dell'Inter e della Nazionale italiana. Quando il terzino era ancora soprattutto un difensore, Facchetti cominciava a occupare la fascia come se fosse un attaccante aggiunto. Helenio Herrera lo aveva preso dalla Trevigliese, dove giocava davanti, e lo aveva arretrato. Il risultato fu una delle più importanti evoluzioni tattiche del calcio italiano.
Facchetti giocò nell’Inter dal 1960 al 1978. 634 partite, 75 gol, quattro Scudetti, una Coppa Italia, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Numeri che raccontano già abbastanza, soprattutto se accostati al ruolo scritto sulla sua figurina: difensore. Ma la fotografia più nitida della sua carriera forse è un’altra: una sola espulsione in oltre 700 partite. Arrivò nel 1975, dopo un applauso ironico all’arbitro che lo aveva appena ammonito. San Siro lo accompagnò fuori con una standing ovation.
Fu anche il capitano dell’Italia campione d’Europa nel 1968 e della squadra che quattro anni dopo arrivò alla finale mondiale contro il Brasile di Pelé. In azzurro furono 94 presenze. Poi il passaggio dall’altra parte del campo: dirigente, vicepresidente, infine presidente dell’Inter. Sempre nella stessa casa, sempre con la stessa maglia.
L’ultima estate fu quella del 2006. Il 26 agosto l’Inter batté la Roma 4-3 in rimonta e vinse la Supercoppa italiana. Facchetti non era a San Siro: era già ricoverato. Il giorno dopo Marco Materazzi gli portò la coppa in ospedale. Otto giorni più tardi, il 4 settembre, Giacinto Facchetti morì a Milano. Aveva 64 anni. Vent’anni dopo, il suo nome non ha bisogno di essere aggiornato. È rimasto lì, nella storia dell’Inter e del calcio italiano, insieme a quel numero 3 ritirato dopo la sua morte.